ortese

Il cardillo addolorato di Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese
Il cardillo addolorato
Fabula
1993, 6ª ediz., pp. 415
isbn: 9788845909856
Letteratura italiana

Spiazzante  

*** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

 Mi sono accostata a questo libro in seguito all’innamoramento per la Ortese dovuto alla lettura de “Il mare non bagna Napoli” e l’ho fatto mediante la lettura dell’ebook e l’ascoldo del podcast di Radio Tre “Ad alta voce”. Di fatto il podcast purtroppo non è completo per cui la parte finale l’ho letta solamente,  ma poco importa.
All’inizio è un romanzo che affatica per la sua prosa estremamente ricca, contorta e antica, ma una volta fattaci l’abitudine si entra nel meccanismo e sembra di leggere un libro del ‘700, epoca in cui effettivamente la storia si svolge. 
Da principio il racconto appare leggero, soave, frivolo, poi, pian piano ad un inizio piuttosto gaio segue un adombramento sempre maggiore, la commedia si muta in giallo, per finire in un surreale drammatico; dopo i primissimi capitoli si finisce per venire coinvolti, le descrizioni che parevano mero esercizio stilistico si fanno più interessanti, ci rendono partecipi, ci scuotono e ci emozionano. Purtroppo però, arrivata alla fine,  non sono rimasta entusiasta al cento per cento del libro, questo giocare dell’autrice con la verità finisce per diventare esasperante e porta il lettore quasi a pensare che la Ortese stessa si sia persa, si sia infilata in un vicolo cieco dal quale non sa più come uscire. Da un certo punto in poi ho continuato a leggere quasi per inerzia, come se questa lettura fosse solo musica da ascoltare per il puro piacere del suono nel cervello delle parole messe in fila. De “Il cardillo addolorato” ho apprezzato la forma ma per il contenuto ho provato quasi avversione, troppo lontano dal raziocinio, troppo magico.
Quella storia che ad un certo punto pensi di poter comprendere cambia continuamente, più persone la raccontano e più si vengono a sapere cose che coincidono solo in parte, è una vicenda estremamente complicata che non ha soluzione.
Mi sono chiesta perchè l’autrice abbia scritto un romanzo del genere, mi sono domandata se si fosse divertita alle nostre spalle o se semplicemente si fosse perduta tra le sue parole…né l’una né l’altra cosa credo, ed ho trovato un articolo che forse può essere d’aiuto a svelare il mistero:
Non so fino a che punto sia lecito inventare qualcosa: una citta’ , delle persone, delle ombre. Le cose devono essere tutte reali sembra. Pero’ com’ e’ difficile trattare del reale! In parte perche’ nessuna cosa, a pensarci, e’ veramente reale; in parte perche’ a lungo andare, il reale si fa noioso, quasi terrificante. L’ invenzione, al contrario, e’ lieta e rassicurante, non per niente i libri dedicati al riposo sono fondati sull’ invenzione. Questo, e’ un libro adatto al riposo? Forse si’ . Quando cominciai a scriverlo fu appunto per riposarmi dal peso del reale con un “onesto divertimento”, come dicono i moralisti. Prima precauzione: eliminare questo secolo e quasi tutto il precedente. Seconda: non esigere da nessun personaggio certificati che ne comprovassero la realta’ , secondo le esigenze filosofiche ancora imperanti. Da nessuna parte dovevano poi sentirsi rombi di motori, stridio di macchine, ronzii di apparecchi elettrici ne’ , soprattutto, vedersi folle umane, maree di nuche come onde di un mare pesante e un po’ cupo, e percepire l’ ansare dei petti intorno agli stadi, in piazze divenute invisibili per la presenza di milioni di spettatori. No; le piazze dovevano essere vuote, le strade (antiche) assolutamente libere; i cieli percorsi solo da nuvole bianche, risplendenti per le note luci universali (sole, e cosi’ via). La critica al cosidetto Palazzo poteva anche esserci, ma con l’ avvertimento che si trattava del Palazzo degli Spiriti. Spiriti, secondo una mia idea (forse da buttare) siamo tutti, mentre il Governatore del Palazzo e’ solo il Tempo. Come si vede, una rappresentazione del reale alquanto discosta dai canoni estetici e storici ancora vigenti. E come (domanda) sarei pervenuta ad accertarmi che il reale non e’ veramente reale? Risposta: osservando la inconsistenza della materia in cui tale reale e’ ritagliato, e con la inconsistenza (si faccia caso alla incredibile struttura di un atomo, organizzata sul vuoto, e tenuta ferma da pura energia) la rapinosa deperibilita’ del materiale in cui le forme (delle cose) vengono via via rappresentate. Si pensi un momento al Cenacolo di Leonardo (adesso quasi sparito, come vera creatura vivente): cosa resse, e cosa, ancora, ne raccomanda la meraviglia, se non la memoria? Ed e’ , la memoria, soggetta a peso e misura e analisi di laboratorio? La Memoria? Solo una serie, o sistema di leggi formidabili, presenti . non sai ne’ saprai mai come, ne’ in quale punto dell’ infinita materia. Ma non materia! Ecco la mia fede nella Memoria, la mia certezza della non materialita’ del mondo, anzi reale “immaterialita’ “, e quindi nella sovranita’ della Memoria, come Legge creativa precipitata e sempre sommersa . ma non perduta . nel mondo della Materia, come il divino Cenacolo fu impresso . e apparve un giorno . su un muro, tramite pochi acidi o sostanze chimiche. Cosi’ l’ umanita’ , o l’ idea . talora celeste . di essa . e’ passata nella Materia! Ma in nessun luogo, ormai, puoi trovarne traccia, se non nella memoria che deve reinventarla; e in modo mai fedele (perche’ tale realta’ era gia’ per suo conto volatile); e solo puoi trovarne rammemorando, o risvegliando, l’ emozione dell’ ineffabile (leggi: bellezza paura) da cui tale realta’ prese l’ avvio. Ritrova in te emozione, incanto, paura: tale belta’ la rivedrai in sogno . o nel sogno ad occhi aperti, almeno, che e’ il vivere. L’ umanita’ , nella memoria che ne portiamo, non fu tutta nella bellezza ideata dalla pittura, dalla poesia, e anche per ultimo, dalla musica. Perche’ , osservando oggi, con minore esaltazione, cio’ che ne resta in musei, biblioteche, teatri; cercando cio’ che si presenta . e resta a noi . oltre l’ alone abbagliante dell’ arte: ne riceviamo un’ immagine che non consente illusioni sulla bellezza reale ., secondo quanto questo termine puo’ racchiudere di verita’ , di infinite generazioni precedenti quelle attuali. Sappiamo dunque che quella umanita’ non fu tutta ne’ molto umana ne’ bella; lo fu, anzi, solo in minima parte, per quanto riguardava i privilegiati di quel tempo e di tutti i tempi. Ma non restano molti segni di una gia’ cosi’ improbabile bellezza e dignita’ . in pietre, oggetti . sfuggiti ancora oggi al diluvio del tempo. Vi era bruttezza, deformita’ , dissennatezza dovunque non fossero i Privilegiati . principi e signori vari. Il dolore . quando si presentava, per malattie che erano epidemie o per azioni di forza . era terribile, e senza ricchezza non vi era soccorso, non vi era aiuto, ne’ consolazione possibile. La mostruosita’ era diffusa (si vedano i dipinti del Goya, e altri di scuola nordica). Il brutto, il povero, il distorto, il fuori mondo, il sinistro spuntavano da ogni antro, come oggi, dai settimanali e dal piccolo schermo, splendono le maschere dei bellissimi. Non vi era nulla per il povero, o il non fortunato, il non prescelto dagli Dei. Ed era grazia, per questi, la sola misericordia di preti o monache o anche di signori toccati da un raggio di sapienza e di compassione. In tutto il mondo allora abitato, continenti, isole,  citta’ enormi o dimenticati villaggi, era cosi’ : un po’ di luce e qualche gioia di tanto in tanto: tenebre, umiliazione, mortificazione, paura come regola. La Napoli di cui i paesaggisti tedeschi e inglesi ci hanno lasciato immagini divine, era bella solo per le spiagge, i vigneti, le nubi, i piccoli giardini qua e la’ . Ma nelle chiese, oscure e oppressive, era la vera memoria del suo vivere: affreschi riproducenti il dolore, la difformita’ , il sangue, la stortura, i grandi privilegi e gli infiniti orrori del tempo. La’ , in quelle chiese, chi entrava nella citta’ di Napoli, ed entri ancora oggi, e voglia rivederne la “realta’ “, di colori e passione dolorante, estasi dilaniata dalle frecce avvelenate del vivere umano, quella realta’ . in qualche modo . puo’ ritrovarla. Negli anni Trenta . i soli anni che io trascorsi a Napoli . proveniente da un mondo aperto luminoso e quieto . un luogo per me senza memoria, quindi sereno . la Libia . l’ onda nera del passato storico era ancora . lava vulcanica solidificata . era ancora la violenta e triste Napoli del Passato. C’ erano i Palazzi, e le Piazze e gli spazi incantevoli, giardini e fontane settecentesche, ma c’ erano soprattutto . su per le colline e dovunque . le Case Dirute, cio’ che io vidi sempre come le Case Dirute . le abitazioni dei poveri e dei Servi. Poveri e Servi, di cui il passato napoletano ancora traboccava, ancora li vedevi: ma i poveri non avevano voce ne’ gesti, e i Servi erano senza livrea. Ne ho gia’ parlato, in altre pagine, e quindi non mi ripetero’ . ma un’ osservazione e’ ancora possibile: in quelle Case, sempre alte e nere, con infiniti scalini, situate fra vicoli e angiporti e scalette fetide, non la voce . se non di quando in quando, roca e strana . ma il silenzio regnava sovrano. Cessata l’ animazione del giorno, col buio una realta’ diversa . affidata alla sola Memoria . prendeva il posto degli abitanti. Ed era una realta’ di ombre. Quegli uomini e donne dei secoli scorsi erano veramente spariti, come disegni della materia, ma l’ energia e il patimento di allora, o il solo lamento . per ferite o malattie o disperazioni senza conforto . la stanchezza, gli obblighi, l’ eterno servire e l’ eterno raccomandarsi al piu’ forte, o almeno a Dio, ancora duravano. E nella notte (di quelle tristi strade e case) sentivo ancora, e di continuo, i passi della gente scomparsa, gli uomini, le donne, i bambini delle Case Dirute; coloro che aspettarono senza avere, chiesero senza risposta, e si affidarono a Dio, alla Vergine, agli Angeli, e, infine all’ onda della morte. I cimiteri di Napoli furono, a lungo, dei soli ossari, furono discariche del povero. Meglio delle grotte e dei cunicoli di cui ci hanno parlato tanti scrittori, ma non meno terribili: lande solitarie sparse di qualche lumino, nei giorni di festa, dove i parenti . anche remoti . dei Morti si recavano per fare compagnia, e spesso mangiare qualcosa portato da casa. Questa era la condizione . tra essere e nulla . di Napoli, e sembrava di capire come, non avendo scelta, i morti, dai vari luoghi di raccolta, come ombre, appena possibile, rifluissero nelle case di un tempo, le vecchie case di Quartieri, del Porto, e di altri rioni. Quelle che io vidi sempre come: le Case Dirute. E mi domandavo di continuo, quando vivevo a Napoli nei tranquilli anni Trenta: ma servi e poveri di ieri non sono davvero ancora qui, tutti? O e’ una illusione? E sono andati via definitivamente, e non piu’ ritornati? Ed e’ possibile che non vi sia stata per essi . solitudine e malattia, in eta’ avanzata, o  ancora molto giovane . alcuna risposta e consolazione? Nessuno ha portato loro sollievo, compagnia, qualche gioia, una carezza, a sollevare l’ atroce sconforto della loro condizione? Quei poveri e quei servi, dalla mia memoria, non sparivano, come non sparivano, quando ogni tanto li pensavo, i signori, spesso molto caritatevoli e buoni . del loro tempo. E pensavo di continuo: oh, avessero potuto rimediare . quei grandi . al male dei piccoli . si potesse ancora dare rimedio al dolore!

E cosi’ , poco a poco, sorgeva in me l’ idea di un qualche soccorso, dall’ esterno, da isole e paesi lontani, di grandi della terra: che scendevano a Napoli, da qualche nuvola d’ oro apparsa all’ improvviso; apparivano in cima alle strade, alle rampe, alle scale, alle scalette della Citta’ Diruta (come io la vedevo allora), e li aiutavano; ci aiutavano. (Si’ , nel numero, qualche volta mi trovavo anche io, abitante al margine delle Case Dirute, dove cominciava il porto, e avevano inizio le strade d’ acqua, l’ ultimo mare). In questo modo, Memoria e tristezza, e speranza e rivolte dell’ animo contro i secoli del dolore, possono dare l’ avvio a un libro . organizzare, nel pensiero, un’ opera di pace, ma dove la consolazione non si riveli poi cosi’ vera, ne’ i frutti della gioia siano colti facilmente da altri. E si vede che il dolore . per la Memoria . e’ una eredita’ , passa da un uomo all’ altro, e cosi’ l’ umanita’ non e’ di tutti, al principio, ma poi lo diventa, o puo’ diventarlo. E cos’ e’ “umanita’ “, se non memoria dei giusti comportamenti? E io vedevo che, nella scelta dei comportamenti, si puo’ diventare piu’ giusti, e sfuggire al potere delle forme . o della Forma . del vivere, dato come “destino”. C’ era stata una persona, a Napoli, una donna di cui intesi parlare, piu’ che altro, per la sua severita’ (non trovo altra parola) e per il distacco dai canoni fissi dell’ avere e potere. Era di buona famiglia, quasi ricca, e famiglia e ricchezza le aveva lasciate alle spalle. Viveva di lavoro. Era un’ eccellente artigiana. Era stata anche ed era ancora, per chi la conobbe, molto bella e altera. Era stata sposata a sedici anni, come era d’ uso allora, ed era rimasta vedova molto giovane, con una figlia piccola. Ma benche’ richiesta, non aveva piu’ voluto sposarsi. Aveva un silenzioso disprezzo della felicita’ . Non amava l’ amore, e ne stava lontano, e con l’ amore temeva ogni forma di tenerezza. Nessun particolare sentimento per la natura e per la gioia. Credeva soltanto nei Morti sotto la giustizia e la poverta’ , e con quelli era in misterioso rapporto di preghiera e consolazione. Sempre li vedeva in atto di soccorrerla nelle paure e nella necessita’ , e sembra che ne abbia avuto concreta esperienza. La sua casa di origine era stata a Santa Lucia, al Pallonetto (cosi’ si diceva, per riferirsi, credo a un piazzale). La sua casa di donna maritata, e poi vedova, era invece una casupola, o quasi, a Posillipo, su una collina cui si accedeva da infiniti gradini. Ma la sua vera casa era quella di una ricca famiglia della Lucania, meta’ nobile, meta’ borghese, dove la vedova era molto amata e rispettata. Per la sua piccola bambina, e per sua madre, quella era una casa fatata, era la vera patria. Ma un giorno, tutto a un tratto, per uno scatto d’ impazienza della padrona . scatto ingiusto, che non sopporto’ . la donna lascio’ la casa e non vi fece piu’ ritorno. Per quante preghiere le fossero poi rivolte, non torno’ indietro. E tolse a sua figlia . che era piccolissima e debole . l’ unico paradiso che la sorte, di orfana, le aveva concesso. Tante storie sono cosi’ , e non ci sarebbe in questa molto di eccezionale, se non che la donna aveva inteso, lasciando quella casa, lasciare anche, alle proprie spalle, una nuova occasione di risposarsi. Un uomo di grande condizione, e di aspetto bello e sensibile . uno straniero che frequentava quella casa . le aveva fatto conoscere, con la sua ammirazione, l’ intenzione . se lei fosse stata d’ accordo . di sposarla. La vedova non aveva dato alcuna risposta; ma poi, uno o due giorni dopo, aveva lasciato la casa per non farvi piu’ ritorno. Si era detto in giro che aveva un figlio segreto, deforme, che non intendeva abbandonare, ma di cui non voleva parlare. Si dissero tante cose. Perfino, che era una strega. Era, invece, una donna di profondi sentimenti religiosi, benche’ non frequentasse nessuna chiesa. Faceva del bene a tutti, ma in segreto, perche’ non si puo’ dire che amasse la gente, e in genere il mondo, anzi stimava bene starsene appartata. Viveva di lavoro, era sarta, senza mai un debito, e solo il lavoro era il suo regno. Di lei, che era nata durante il regno borbonico ed era borbonica lei stessa (cioe’ priva di spirito critico, di cultura, come di qualsiasi moto di insofferenza . o impazienza . se non al costume di allora, che voleva la donna sposa e madre, per sempre a casa), non si pote’ sapere piu’ nulla, se non dalla sua padrona, che ne fece, anni dopo, grandi elogi, rammaricandosi soltanto per il suo carattere cosi’ indipendente e chiuso. Disse . quella signora . che lo straniero che voleva sposarla, era tornato in patria (alta Europa, Europa dove la luce e’ piu’ breve e fredda), senza mai rassegnarsi, chiedendo sempre notizie di quella sarta, finche’ non se n’ era saputo piu’ nulla. Invece della vedova, almeno per la voce di un altro, e precisamente della sua bambina di allora, quando divenne adulta, fu detto, che benche’ avesse lavorato e risparmiato tutta la vita, morendo, non aveva lasciato nulla. Solo una scatola di metallo, in cui la figlia, aprendola per caso un giorno, aveva trovato una penna di colombo, che doveva essere stata rossa, molto deteriorata. E si era ricordata del nome: Rubino, che la madre, da bambina, aveva dato a un colombo molto amato. Cosi’ , una volta per sempre, fu chiaro che la orgogliosa e dura ragazza non era stata senza cuore, aveva veramente amato qualcuno, e questo qualcuno era un colombo di piume color corallo, che era stato per anni il preferito, tra altri, anche nella povera casa di Posillipo. Ed eravamo gia’ , quando seppi queste cose, negli anni Trenta; e se avessi voluto avere altre tracce di quella donna cosi’ straniera a Napoli per i suoi silenzi e i suoi costumi, la sua liberta’ e il suo amore, da ragazza, per un colombo di nome Rubino certamente avrei fantasticato. Ma la storia di un silenzio, un’  indipendenza, un amore segreto per un piccolo della Natura . e anche altre forme della minorita’ (umana) allora quasi stregata ., di un rifiuto tanto immediato alla fortuna e alla giovinezza del Grande Nord mi rimasero a lungo nella mente, come un problema, un enigma, qualcosa che mi persuadeva, ma scontentandomi, perche’ non vedevo mai l’ intero tracciato della storia, o destino, o scelta fatta dalla donna. Tutti fatti che non legavano tra loro, se non cercando di ricostruirle un passato per quanto possibile in linea col suo presente . nel quale fosse accaduto qualcosa, di minimo, forse, e anche insignificante per il mondo, che aveva dettato le sue scelte di giovinezza. Ma il passato era stato solo una breve vita felice nella casa del padre, una vita piu’ breve e infelice col marito, un artista gentile ma dissennato, e poi la vita con la padrona, nella splendida Chiaia, e il ritorno di ogni sera a Posillipo, lungo una scalinatella gia’ sparita, con la figlia piccola per mano. E ritornavano i pensieri sul fantasticato bimbo deforme nascosto nella casa, sul principe (lo straniero era un principe), sulla loro separazione taciturna e improvvisa, ed ecco, dopo tanti anni, la penna di seta color rubino, di un bimbo della Natura chiamato Rubino… e poi scomparso con tutta quella Napoli ancora verde (dalla Riviera a Posillipo), ancora soprannaturale, come la videro paesaggisti stranieri, inglesi e tedeschi, cosi’ lontani dalle fosche rappresentazioni delle chiese napoletane. Vidi, o rividi, tutto questo; e senza vedere intanto nulla di preciso, solo cose e fatti molto separati qua e la’ e nel tempo, nelle case; solo sentirne parlare negli scarni racconti di domestici e di chi qualcosa ricordava intravidi questa pieta’ , e per essere tanto strana e fuori della norma, non potevo darle che una ragione, una motivazione, in cio’ che la donna della Scalinatella aveva sempre rifiutato di ammettere: essere una pieta’ , piu’ che per una specie, per la Natura tutta, e i suoi confusi fanciulli: una pieta’ dolorosa, simile a un giuramento, di servizio per il piu’ debole, il piu’ rifiutato il piu’ inaccettabile dal mondo; forse, anche piccoli deformi a meta’ tra una specie e l’ altra, o idioti, o maledetti dall’ indifferenza umana: ma che lei, nell’ infanzia o oltre, aveva onorato come angeli. Una religione, dunque. Ma non ortodossa, non di chiese riconosciute: una religione dei sogni (e delle voci) dell’ alba. E sentii cosi’ , per la prima volta, la voce del Cardillo, invito e menzogna per tutti, meno che per lei. Lo aveva ascoltato, tutta la vita, aveva ascoltato il suo canto e obbedito al suo comando: piu’ in la’ degli uomini, piu’ su del cielo, piu’ nel centro del cuore, piu’ nel segreto della gioia. Dove per la Gioia si serve; per la Gioia . in suo onore . si muore. “
Ortese Anna Maria

(30 maggio 1993) – Corriere della Sera

Link all’Audiolibro che ho ascoltato su “Ad Alta Voce” Radio3

Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese

2008, 7ª ediz., pp. 176
isbn: 9788845922855
 




Una scrittura sontuosa

Solitamente scrivo i miei commenti a caldo, con le sensazioni lasciatemi dal libro ancora ben impresse nella mia labile memoria, stavolta invece ho lasciato passare una settimana e più, perché Anna maria Ortese mi ha messo in seria difficoltà.
La bellezza dei suoi racconti mi ha sorpresa, mi ha travolta. Il suo linguaggio aulico e impietoso allo stesso tempo, ricercato e duro, la costruzione quasi barocca delle frasi stridente con le miserie raccontate mi hanno colpito per la loro magnificenza ma anche per il verismo dei contenuti. Uno sguardo lucido, una scrittura limpida ed elegante che tuttavia crea anche frasi di faticosa comprensione al primo passaggio degli occhi. Un libro molto bello per il quale una sola lettura non è sufficiente per entrare nelle molteplici pieghe della Napoli qui descritta.
Quando un autore mi affascina così tanto e mi colpisce in modo particolare sono combattuta tra la voglia di analizzare frase per frase e scrivere fiumi di parole in merito oppure tacere, arrendermi all’incapacità di esprimere in modo adeguato e sintetico tutto ciò che mi è arrivato del libro. Con Annamaria Ortese ho fatto silenzio, non mi sono sentita all’altezza della sua prosa maestosa che a tratti sconfina nella poesia, il timore di banalizzare con un commento questa bellissima raccolta di racconti mi ha creato un blocco.
Voglio evitare di entrare nel dettaglio parlando delle polemiche che ci furono su questo libro quando uscì negli anni 50, non avrei nemmeno le conoscenze giuste per fare affermazioni in uno o nell’altro senso, tuttavia sento di poter dire che la Ortese ha dato una visione di Napoli terribile ma amorevole allo stesso tempo seppur di primo acchito non sembri così, una visione che ti scava dentro e che ti fa capire quanto questa città sia unica e diversa da qualsiasi altra città italiana; non dico migliore o peggiore, dico unica. Napoli può piacere o non piacere, può affascinare o disgustare, ma sicuramente quella raccontata in questo libro è una Napoli vera.
Tra tutti i racconti letti quello che mi è rimasto più ostico è “Il silenzio della ragione” forse perché legato in modo particolare ad un dato momento storico e culturale a me sconosciuto, vi si narrano dinamiche socio-politiche in cui faccio fatica a calarmi. Negli altri invece si parla soprattutto di umanità e li ho trovati splendidi, si parte con il più leggero apparentemente “Un paio d’occhiali” per passare al malinconico “Interno familiare” e si arriva poi al fulcro della Napoli dolente di “Oro a forcella” e di “La città involontaria”, quest’ultimo mi ha veramente scossa per il suo squallore così sapientemente descritto.
Anna Maria Ortese con questi racconti ha scavato dei solchi  di bellezza raccontando le bruttezze degli uomini e della sua città.
L’unico rammarico che ho in merito a questo libro è di non averlo letto in formato cartaceo, l’ebook a mio parere non dà la stessa possibilità di meditazione, di comprensione che offre la pagina di carta da toccare con le mani; sottolineare a matita le frasi che ti colpiscono invece di evidenziarle su uno schermo offre un contatto differente, più profondo.
Sono invece felice di aver ascoltato un paio di queste storie lette dalla voce di Iaia Forte in un programma radiofonico di qualche anno fa (Alta voce su Radio 3), è stata una bella esperienza ascoltare le parole della Ortese con l’intonazione teatrale di un’ ottima attrice napoletana.
Che dire ancora, voglio rileggere questo libro, voglio assaporarlo di nuovo, bearmi di questo modo di scrivere e voglio leggere altro di questa meravigliosa autrice di cui fino ad un mese fa non concoscevo nemmeno l’esistenza.

Citazioni:

“ A te, che ti serve veder bene? Per quello che tieni intorno!…” (Un paio d’occhiali)

“meravigliata e abbattuta, come chi scorge per la prima volta un paese misero e silenzioso, e gli dicono che lì ha vissuto, credendo di vedere palazzi e giardini dove non erano che ciottoli e ortiche, e considerando in un baleno che la sua vita altro non era stata che servitù e sonno” (Interno familiare)

“Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuna lo avesse visto, o lo ricordava.” (Oro a forcella)

“Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, ne nessun’altra cosa.” (La città involontaria)

“Si voleva sapere tutto, capire tutto di questa mostruosità che, alla luce degli ultimi fatti, appariva Napoli; rimuovere la lapide finissima che posava sulla sua fossa, e cercare se, in quella decomposizione rimanesse ancora qualcosa di organico.” (Il silenzio della ragione)