marchesini

Moscerine di Anna Marchesini

Copertina di Moscerine

Racconti che del moscerino hanno solo la brevità. 

La Marchesini è faticosa, sovrabbondante, poeticamente logorroica. I suoi racconti ti soffocano quasi, le sue frasi a volte sembrano non finire mai e tu implodi mentre le leggi.
Ciononostante è brava. Ha una capacita d’immedesimazione fuori dal comune, mentre la leggi pensi che stia scrivendo con cognizione di causa perchè ciò di cui parla lo ha vissuto sulla propria pelle, anche quando racconta della morte sembra che l’abbia vissuta in prima persona e che per chissà quale miracolo sia resuscitata per venire a raccontarcela.
Il difetto maggiore rimane la ridondanza. La prima frase è perfetta, basterebbe a capire il tutto ma la Marchesini ci torna e ci ritorna, ripetendosi e modificando le parole per dire ciò che aveva già detto splendidamente fin da subito, per rafforzare ciò che si era già capito benissimo alla prima, e questo appesantisce, soffoca.
Devo dire che su nove racconti solamente tre mi sono piaciuti moltissimo, gli altri chi più e chi meno hanno rappresentato ai miei occhi più che altro un’esercizio stilistico. Però quei tre valgono il libro.
“La signorina Iovis” con la sua figura patetica, con la sua esistenza “striminzita”, mi ha commossa.
In “Lisetta” si assiste ad una bellissima analisi della perdita, del dolore, dei rapporti umani di amore ed amicizia.
“In punto di morte” è il racconto che mi ha colpita maggiormente, per la capacità di farti entrare nel corpo immobile del moribondo, nei suoi pensieri, per la delicatezza con cui descrive la catarsi di un’esistenza di solitudine nell’ultimo attimo di vita.
Anche “Le evidenze” mi è piaciuto ma in questo racconto la verbosità è stata davvero eccessiva.
La Marchesini è brava ad entrare nelle persone, ad osservarle nell’intimo, a sapercele restituire con un raro talento umano; è meno brava stilisticamente, ossia, è troppo brava stilisticamente, talmente brava che diventa troppo.
Personalmente trovo che se snellisse appena appena la sua scrittura sarebbe una sintesi perfetta di anima e forma, ma è un parere puramente soggettivo.

Citazioni:

“La signorina Iovis in tutta la sua vita si era storta una caviglia.
Con ogni probabilità, anzi di certo con ogni evidenza, codesto evento più di ogni altro aveva rappresentato l’accadimento di maggiore rilevanza di tutta la sua striminzita esistenza.”
(“La signorina Iovis”)

“Il dolore aveva assunto le sue misure la sua forma, lui lo indossava come una vestaglia dentro casa per strada, ci viveva insieme, era tutt’uno.” (“Lisetta”)

“la sua coscienza, era rimasta ancora completamente lucida e continuava a respirare sommersa sotto i resti, le reliquie evidenti della disgregazione del suo corpo, era come se fosse rimasto vivo sotto le macerie della sua casa crollata per effetto di un terremoto; dunque doveva solo attendere ancora, non doveva muoversi, solo aspettare non c’era nulla da fare, nessun soccorso da chiamare”(“In punto di morte”)


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Il terrazzino dei gerani timidi di Anna Marchesini

Copertina di Il terrazzino dei gerani timidi

Mi aspettavo di meno

Leggendo la Marchesini viene da chiedersi se l’italiano è solamente una lingua oppure se esiste tutto un altro mondo di parole, usato da persone con la dote di saperle accostare tra loro, creando una specie di dialetto italiano. La lingua italiana usata da questa artista è diversa da quella comune di ogni giorno, evocativa, magica, ricca a tal punto da farti leggere e rileggere la stessa riga come se tu dovessi tradurla. A momenti la frase è così complicata nella sua costruzione e nell’uso di termini rari od obsoleti che quando si arriva in fondo, nonostante la concentrazione nel non perdere il filo, non si è capito nulla e si deve ricominciare da capo.
Il primo capitolo ,con la descrizione dei gerani, è poesia pura. Andando avanti il lirismo iniziale diviene un po’ di più prosaico ma sempre estremamente ricercato. Alla fine diventa faticoso. Mi viene da assimilare la Marchesini a Virginia Woolf, bellissima se la si prende da un punto di vista poetico, che si perde nell’infinitesimale della descrizione delle cose e del sentire, ma estenuante se la si vuole leggere come un romanzo.
Da pagina 60 circa in poi la lettura diviene meno ostica, è come se il libro, pur mantenendo un certo stile cambiasse un po’ rotta rispetto alle pagine precedenti e se fosse decisamente un’altra nave rispetto al primo capitolo. Di tutto il libro l’unica parte che mi abbia davvero emozionato è quella ambientata nell’ospedale, i pensieri e le azioni di ammalati e visitatori vengono descritti con attenta partecipazione, cogliendo i minimi particolari. La Marchesini racconta di essere stata molto colpita da “L’uomo dal fiore in bocca “ di Pirandello, e in effetti nel suo modo di scrivere, dalla sua attenzione ai dettagli, si può percepire questa ispirazione pirandelliana. A mio modesto parere però, e mi costa dirlo perchè adoro Anna Marchesini come attrice e come donna, troppi prticolari rendono questo libro un po’ noioso. Spesso si dice “mi aspettavo di più”…in questo caso direi “mi aspettavo di meno”. Probabilmente una scrittura meno ricca, per quanto bella possa essere se intesa fine a se stessa, avrebbe reso questa lettura più snella e piacevole.