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La pietra di paragone di Paul Horsfall

Copertina di La pietra di paragone

E dopo 100 pagine decido di abbandonarlo… 

 
 
Probabilmente andando avanti qualcosa di buono lo avrei anche trovato, ma l’avversione alla terminologia ha avuto la meglio.
Forse, se non avessi un centinaio di libri in attesa di essere letti avrei proseguito, ma avendo in lista d’attesa libri di Moravia o di Kundera, giusto per fare due nomi, mi sembra di togliere tempo e spazio ad autori più meritevoli.
A dire il vero la storia non sarebbe stata neanche malvagia, un punto di vista abbastanza insolito, una costruzione del romanzo originale seppur con alcuni spunti mutuati da Garcia Marquez, anche se ammetto che dopo Gabo è difficile scrivere racconti contenenti realismo magico senza che si pensi al più famoso scrittore di questo genere.
Il problema è un altro, trovo disgustosi tutti i particolari corporei di questo libro, particolari che lo connotano è vero, ma che mi risultano indigesti. Solo nelle prime 70 pagine si è scritto di: saliva, sperma, vomito, sangue, sudore, escrementi, pipì, parto, tetano, tagli, un occhio cavato, una lingua morsa…
Insomma, per me è troppo!
Sicuramente del buono in questo libro c’è, ma se per scoprirlo devo essere nauseata ad ogni piè sospinto preferisco non scoprirlo. 
Riporto una citazione che è l’unica parte che abbia veramente apprezzato del romanzo in questione: 
“ …ho passato troppa parte della mia vita a evitare esperienze dolorose nell’unica maniera che conoscevo: seppellendole sottoterra, er scoprire solo più tardi che là sotto si erano mineralizzate e di conseguenza conservate, come sempre succede alla verità.”