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Ogni promessa di Andrea Bajani

Andrea Bajani sa usare le parole, le sa usare bene, ha una dimestichezza poetica nel loro impiego non indifferente… eppure…
Questo è un  romanzo  bello, profondo,  che tocca con raffinatezza e pudore vari argomenti scomodi come gli orrori della guerra, il tradimento, la pazzia, l’impossibilità di avere figli, il desiderio di riscattare i propri errori… eppure…
All’inizio sono stata tentata di mollare, l’impatto non è stato piacevole, il modo di scrivere l’ho sentito quasi invadente nel raccontare il rapporto in crisi tra il protagonista e la moglie, poi proseguendo mi sono accorta che il registro che mi infastidiva era per lo più legato solo alle descrizioni del m énage di coppia, che per fortuna non aveva preponderanza nel libro nel suo complesso.
In alcuni passaggi ho quasi ritrovato la mia storia familiare e mi sono assimilata all’io narrante: anche io ho una madre che si chiama Giovanna, ed anche mia madre come la madre del protagonista ha incontrato suo padre già da grande perché prigioniero in Russia durante la seconda guerra mondiale, e anche mia madre si è nascosta tra le gambe di mia nonna, poi le similitudini finiscono qui per fortuna.
Nonostante la bellezza della storia e la bravura dell’autore però questo libro non mi è entrato sotto pelle, è rimasto in superficie, facendosi ammirare nella sua perfezione stilistica senza coinvolgermi in modo viscerale, e non so spiegarmi perché.
Le citazioni da riportare sarebbero moltissime, proprio grazie allo stile di Bajani molte frasi sono degne di evidenza per la loro poesia, cercherò comunque di darmi un limite senza esagerare.
“Ma lei mi diceva dai un bacio al nonno, e io la odiavo. Si vedeva che non lo faceva per sè, ma soprattutto per noi due, perchè lui avesse un nipote, e per me perchè provassi a crederci, di avere un nonno in più.”
“Era un istinto, non volergli sentire l’odore perchè era un odore straniero, che non mi riguardava.”
“La sera andavo a dormire già condannato, entravo nel letto come si torna a dormire in galera, abbassavo le palpebre e sentivo le chiavi del secondino girare, i suoi passi che se ne andavano via.”
“Faceva spesso così, non diceva una parola per tutto il pomeriggio e però all’ultimo faceva una domanda per mettere una prolunga al tempo che gli era concesso.”
“Gli anni che Mario era tornato a stare a casa erano cominciati una domenica mattina. Era arrivato che erano le dieci, quest’uomo che lei ancora non conosceva. Aveva aperto e dall’altra parte c’era lui, la sua faccia strappata a morsi, fermo li davanti, le aveva detto Ciao Giovanna. Lei era corsa dentro ed era tornata insieme a mia nonna, appena dietro le sue gambe, mia nonna che aveva detto solo Mario, e l’aveva fatto entrare. ”

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