Capolavori

Capolavori della letteratura!

Il gattopardo di G.Tomasi di Lampedusa 

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Il Gattopardo
Di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Editore: Feltrinelli Lingua: Italiano | Numero di pagine: 304 | Formato: eBook | In altre lingue: (altre lingue)Isbn-10: 8858808835 | Isbn-13: 9788858808832 | Data di pubblicazione: 10/12/2012

Musicale e struggente ☆☆☆☆☆

Questo non è un libro, è musica, ho pensato non appena ho letto questa frase:

“Ma il giardino, costretto e macerato fra le sue barriere, da profumi untuosi, carnali e lievemente putridi, come i liquami aromatici distillati dalle reliquie di certe sante; i garofanini sovrapponevano il loro odore pepato a quello protocollare delle rose ed a quello oleoso delle magnolie che si appesantivano negli angoli; e sotto sotto si avvertiva anche il profumo della menta misto a quello infantile della gaggía ed a quello confetturiero della mortella; e da oltre il muro l’agrumeto faceva straripare il sentore di alcova delle prime zagare.”

Proseguono le mie letture di quelli che ormai sono veri e propri classici della letteratura, e ogni volta continuo a stupirmi, chissà perchè, della bellezza di queste opere letterarie… ovviamente avevo visto il famosissimo film di Luchino Visconti tratto dal libro ma, seppur ammaliata da esso, non avevo inteso la portata di questo romanzo. Del film ricordo la bellezza dei costumi, di Claudia Cardinale e di Burt Lancaster ( Alain Delon sinceramente non mi ha mai fatto palpitare…) ma nel libro ho trovato una bellezza musicale nel narrare la storia, un senso di struggente disfacimento che nella pellicola cinematografica a mio avviso non emergono.

Che dire, è un libro che va letto e anche ascoltato, non è male la versione di Ad Alta voce Radio Tre, anche se troppo infarcita di spezzoni musicali, ma se non avete voglia di leggere il testo meglio che nulla anche quella…

Non aggiungerò commenti ulteriori, rimarco soltanto la perfetta esposizione ad opera di Tomasi di Lampedusa, riferita ad un’epoca di passaggio in cui i gattopardi cedono il passo alle iene e dove tutto cambia per rimanere uguale; riporto inoltre l’ultima frase metaforica ed emblematica di tutto il libro:

“Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare.
Pochi minuti dopo, quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno. Durante il volo giú dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi, e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare.
Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.”
Giuseppe Tomasi Di Lampedusa. “Il Gattopardo”

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Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

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Il giorno della civetta
Di Leonardo Sciascia
Editore: Adelphi
Numero di pagine:137 | Formato:eBook | In altre lingue:(altre lingue)
Isbn-10: 8845970000 | Isbn-13: 9788845970009

LETTURA AD ALTA VOCE SU RADIO TRE

Capolavoro Assoluto ☆☆☆☆☆

Un’analisi lucida e perfetta condensata in un racconto, una storia emblematica in cui l’autore non ha potuto dire nemmeno tutto ciò che avrebbe voluto, perché quelli erano tempi in cui ancora non c’era la protezione, in cui la “mafia” non esisteva ufficialmente agli occhi dello stato.
Interessantissima la nota dell’autore che è la chiave di lettura di quest’opera.
Un libro da leggere almeno due volte per assaporarne a fondo la finezza ed il lavoro di cesello operato da Leonardo Sciascia, e se possibile ne consiglio anche l’ascolto della lettura fatta dallo splendido Toni Servillo sul sito di Alta Voce Rai.
Sinceramente questa perla della letteratura mi ha fatto venir voglia di leggere altro dello stesso autore, e allo stesso tempo mi ha fatto passare la voglia di parlarne, di farne un’analisi con commenti che sento sarebbero riduttivi.
E’ un libro talmente breve che consiglio di leggere e assaporare, e, non trovando le parole per esprimere ciò che mi abbia così tanto affascinato, lascio un po’ di citazioni, che parlano da sole.

CITAZIONI

“Io non guardo mai la gente che c’è: mi infilo al mio posto e via… Solo la strada guardo, mi pagano per guardare la strada”

“nessuno parla ma, per nostra fortuna, dico di noi carabinieri, tutti scrivono. Dimenticano di firmare, ma scrivono.”

“Ma dico: si è mai sentito uno sbirro parlare così a un galantuomo? È un comunista, solo i comunisti parlano così». «Non sono solo i comunisti, purtroppo: anche nel nostro partito ce ne sono che parlano così… ”

“cosca, gli avevano spiegato, è la fitta corona di foglie del carciofo”

“Ma è certo, comunque, che non l’ho scritto con quella piena libertà di cui uno scrittore (e mi dico scrittore soltanto per il fatto che mi trovo a scrivere) dovrebbe sempre godere.”

“«il sentire mafioso»: cioè di una visione della vita, di una regola di comportamento, di un modo di realizzare la giustizia, di amministrarla, al di fuori delle leggi e degli organi dello Stato.
Ma la mafia era, ed è, altra cosa: un «sistema» che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel «vuoto» dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma «dentro» lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.”

“Nelle statistiche criminali relative alla Sicilia e nelle combinazioni del giuoco del lotto, tra corna e morti ammazzati si è istituito un più frequente rapporto. L’omicidio passionale si scopre subito: ed entra dunque nell’indice attivo della polizia; l’omicidio passionale si paga poco: ed entra perciò nell’indice attivo della mafia.”

“Avrebbero dovuto darlo come precetto alla polizia, in Sicilia, pensava il capitano, bisognava non cercare la donna: perché si finiva sempre col trovarla, e a danno della giustizia.”

“«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… […]»”

“«La Chiesa è grande perché ognuno ci sta dentro a modo proprio» (Don Mariano)”

“”Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…”

La via dei Tarocchi di Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa

La via dei Tarocchi di Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa

Feltrinelli Edizioni

Libro – Pagine 574

Formato: 14×22

Anno: 2014

CAPOLAVORO…ma da non prendere per oro colato!  ☆☆☆☆☆

Quest’estate mi ero illusa di poter leggere una miriade di libri, e invece ho incontrato La via dei Tarocchi di Jodorowsky e mi ci sono persa dentro per un mese e mezzo! E non è finita, la prima lettura è solo un approccio, nel caso si sia interessati ad usare i Tarocchi come strumento di conoscenza personale, questo bel tomo rimarrà bene in vista ed a portata di mano, insomma, a casa mia è diventato un soprammobile!

Ovviamente non è l’unico testo valido sull’argomento ma è sicuramente un approccio molto interessante ed esaustivo, anche se decisamente faticoso da leggere se non siete già avvezzi a simbologie e se non avete un’infarinatura generale di psicologia, esoterismo, cabala, alchimia e chi più ne ha più ne metta.

Questo libro non si legge, SI STUDIA! I concetti esposti sono una miriade, alcuni di essi a mio avviso vanno presi con il beneficio di inventario, poichè mi sono parsi delle forzature belle e buone o comunque delle opinioni molto personali dell’autore. I Tarocchi stessi da lui “restaurati” e che ci propone nel libro presentano secondo me delle furberie commerciali, ad ogni modo ho comprato anche il mazzo che in effetti è molto bello, al di là di quanto Jodo lo abbia modificato a suo piacimento o meno.

Non starò a riportare tutte le vicissitudini relative al restauro e tutte le varie storie intorno a questo libro, magari vi posto qualche link di approfondimento che potrete seguire se vi interessa.

Ciò che mi preme dire è che se vi interessa avvicinarvi al mondo dei Tarocchi in questo libro potrete trovare moltissime informazioni, inoltre ha il pregio di sfatare il mito del cartomante ciarlatano, in questo testo appare la figura del Tarologo, molto più positiva e curativa. Ma non fermatevi qui.

Se vi interessano i Tarocchi leggete anche altri testi, frequentate i gruppi su facebook dedicati e confrontatevi… non prendete per oro colato ciò che scrive Jodo e mantenete sempre la vostra capacità di discernimento.

Voglio anche aggiungere che riporto solo una citazione, anche se nel corso del libro emergono anche concetti universali molto belli e indipendenti dai Tarocchi, che alla fine non sono che un mezzo cartaceo per conoscerci meglio.

Una piccola positività può redimere una grande negatività.<……> E altrettanto succede con l’essere umano. Non è corretto affermare che è malato. Il corpo umano, finché riceve il soffio della vita, è un organismo complesso, misterioso, che possiede la salute. Essere vivo significa essere sano, fisicamente e mentalmente. Possiamo avere malattie, atteggiamenti psicotici, ma per quanto gravi possano essere non ci trasformano mai in un malato o in un pazzo, non definiscono il nostro essere bensì il nostro stato attuale.
Cit. Alejandro Jodorowsky, La via dei Tarocchi, Feltrinelli.

LINKS PER APPROFONDIMENTI

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La pelle di Curzio Malaparte

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Editore: Adelphi
Lingua: Italiano | Numero di pagine: 342 Isbn-10: 8845925285 | Isbn-13: 9788845925283

MA PERCHE’?  ☆☆☆☆☆

Ma perché un simile capolavoro non viene inserito nelle letture scolastiche? Forse troppo crudo? Forse troppo poco buonista?

Ecco cosa hanno trovato nelle carte inedite lasciate da Malaparte:

“Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore. Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori. Tutto il mio cristianesimo è in questa certezza, che ho tentato di comunicare agli altri nel mio libro “La pelle”, e che molti, senza dubbio per eccesso di orgoglio, di stupida vanagloria, non hanno capito, o han preferito rifiutare, per la tranquillità della loro coscienza. In questi ultimi anni, ho viaggiato, spesso, e a lungo, nei paesi dei vincitori e in quelli dei vinti, ma dove mi trovo meglio, è tra i vinti. Non perché mi piaccia assistere allo spettacolo della miseria altrui, e dell’umiliazione, ma perché l’uomo è tollerabile, accettabile, soltanto nella miseria e nell’umiliazione. L’uomo nella fortuna, l’uomo seduto sul trono del suo orgoglio, della sua potenza, della sua felicità, l’uomo vestito dei suoi orpelli e della sua insolenza di vincitore, l’uomo seduto sul Campidoglio, per usare una immagine classica, è uno spettacolo ripugnante.”

(notazioni dal”Journal d’un étranger à Paris”)

Sono rimasta sconcertata dalla bellezza di questo libro. L’unica pecca è che a tratti forse si compiace troppo nello sguazzare nella melma, ma è sicuramente specchio di una sofferenza realmente provata dall’autore, di una nausea verso tutto e verso tutti che  lo ha attanagliato in alcuni momenti della sua vita. Il libro è ambientato nel periodo finale della seconda guerra mondiale, dopo l’armistizio dell’8 settembre, soprattutto a Napoli, ma anche a Roma e a Firenze. Malaparte ci narra  una “liberazione” diversa da quella festosa che spesso ci viene offerta, ci mostra il lato umano di  chi combatte e del popolo che si adegua come può e come sa… un’analisi cruda e feroce, alcune critiche dicono nichilista, a mio avviso realista. Nella sua parte iniziale mi ha ricordato “Il mare non bagna Napoli”di Anna Maria Ortese, ma questo libro forse è ancora più crudele.

Sinceramente analizzare ogni argomento affrontato nel libro e commentarlo in questo momento mi risulta troppo gravoso, ne uscirebbe una tesi infinita, perchè troppi sono i tasti toccati e troppe le cose da dire e le riflessioni indotte.

Ma ve lo scrivo a caratteri cubitali:

LEGGETELO

Citazioni

Dovreste essere soddisfatti di veder Napoli ridotta così» dissi a Jimmy quando fummo all’aperto.
«Non è certo colpa mia» disse Jimmy.
«Oh no» dissi «non è certo colpa tua. Ma dev’essere una grande soddisfazione per voi sentirvi vincitori in un paese simile» dissi «senza questi spettacoli come fareste a sentirvi vincitori? Dimmi la verità, Jimmy: non vi sentireste vincitori, senza questi spettacoli.»

n Europa, siamo giusti, càpita spesso di dover fare il pagliaccio per molto meno! E poi, quello era un modo nobile, un modo generoso di fare il pagliaccio, e non potevo rifiutarmi: si trattava di non far soffrire un uomo.

La morte non mi fa paura: non la odio, non mi disgusta, non è, in fondo, cosa che mi riguarda. Ma la sofferenza la odio, e più quella degli altri, uomini o animali, che non la mia.

“Ero stanco di veder ammazzare la gente. Da quattro anni non facevo altro che veder ammazzare la gente. Veder morire la gente è una cosa, vederla ammazzare è un’altra. Ti par d’essere dalla parte di chi ammazza, d’essere anche tu uno di quelli che ammazzano. Ero stanco, non ne potevo più. La vista di un cadavere, ormai, mi faceva vomitare: non soltanto di disgusto, di orrore, ma di rabbia, di odio. Cominciavo a odiare i cadaveri. Finita la pietà, cominciava l’odio. Odiare i cadaveri! Per capire in quale abisso di disperazione possa cadere un uomo, bisogna capire che cosa significa odiare i cadaveri.”

“«L’Europa è un mucchio di spazzatura» disse Jimmy «un povero paese vinto. Vieni con noi. L’America è un paese libero.»
«Non posso abbandonare i miei morti, Jimmy. I vostri morti ve li portate in America. Ogni giorno partono per l’America piroscafi carichi di morti. Sono morti ricchi, felici, liberi. Ma i miei morti non possono pagarsi il biglietto per l’America, sono troppo poveri. Non sapranno mai che cosa è la ricchezza, la felicità, la libertà. Sono vissuti sempre in schiavitù; hanno sempre sofferto la fame e la paura. Saranno sempre schiavi, soffriranno sempre la fame e la paura, anche da morti.”

(altro…)

Novelle per un anno di Luigi Pirandello

copertinaEbook gratuito di Progetto Manuzio
“Il “progetto Manuzio” è una iniziativa dell’associazione culturale Liber Liber. Aperto a chiunque voglia collaborare, si pone come scopo la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.CODICE ISBN E-BOOK: 9788897313380 DIRITTI D’AUTORE: no LICENZA
TRATTO DA: Novelle per un anno / Luigi Pirandello, prefazione di Corrado Alvaro. – Milano: Club degli editori, stampa 1987. – 2 v. (1383, 1251 p.)
PODCAST GRATUITO : Adattamento e messa in voce a cura di Gaetano Marino, a cura dell’Associazione Culturale Aula39, Quartaradio.
Sigla di Simon Balestrazzi

Pirandello Genio Assoluto

Scrivere un commento su un’opera colossale come questa è praticamente una sconfitta in partenza. Le novelle, se debitamente cintellinate, durano davvero un anno o quasi, e mi hanno fatto compagnia per molti mesi. Un particolare grazie va alla mirabile lettura di Gaetano Marino nel podcast di Quartaradio ed al supporto ebook di Liber Liber, entrambi usufruiti gratuitamente.

Le novelle sono geniali, ovviamente non mi sono piaciute tutte allo stesso modo ma “storie morte” non ce ne sono…tutta la raccolta è a livelli letterari altissimi, sia per la qualità dei concetti espressi sia per lo stile con cui sono esposti.

Man mano che ascoltavo i podcast evidenziavo passaggi e mi appuntavo commenti sull’ebook con l’intenzione di copiarne qui le citazioni, citazioni che non potrò riportare completamente vista la grossa mole e visto che voglio scrivere un commento e non una tesi!

Tra tutte le novelle quella che mi ha colpito forse maggiormente è “In trappola”, forse più di altre perchè sviscera in modo spietato il problema della morte, dell’agonia, del fine vita… ma non solo, fa una riflesione terribile sulla vita stessa e su come la morte ne faccia parte già dal momento in cui veniamo alla luce…questa novella da sola è un libro.

“La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la terra che si incrosta e assume forma.
Ogni forma è la morte.
Tutto ciò che si toglie dallo stato di fusione e si rapprende, in questo flusso continuo, incandescente e indistinto, è la morte.
Noi tutti siamo esseri presi in trappola, staccati dal flusso che non s’arresta mai, e fissati per la morte.”

“Io mi sento preso in questa trappola della morte, che mi ha staccato dal flusso della vita in cui scorrevo senza forma, e mi ha fissato nel tempo, in questo tempo!”

“No, no, non so, non voglio rassegnarmi a dare anch’io lo spettacolo miserando di tutti i vecchi, che finiscono di morir lentamente”

“Questo è mio padre.

Da sette anni, sta lí. Non è piú niente. Due occhi che piangono; una bocca che mangia. Non parla, non ode, non si muove piú. Mangia e piange. Mangia imboccato; piange da solo; senza ragione; o forse perché c’è ancora qualche cosa in lui, un ultimo resto che, pur avendo da settantasei anni principiato a morire, non vuole ancora finire.”

“Non ti sembra atroce restar cosí, per un punto solo, ancora preso nella trappola, senza potersi liberare?”

In trappola da “Novelle per un anno”.

Altro esempio di novella che da sola è un romanzo è “La morte addosso”, conosciuta come “L’uomo dal fiore in bocca”, capolavoro che ho avuto anche la fortuna di vedere a teatro dal vivo recitata da Michele Placido ed in tv recitata da Vittorio Gassmann…

“Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma cosí, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi… anzi… per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla. E questo è da dimostrare bene, sa? Con prove ed esempii continui a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è cosí sempre ingorda di sé stessa, che non si lascia assaporare. Il sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. Il gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua… a queste noje… a tante stupide illusioni… insulse occupazioni… Sí sí.”

La morte addosso da “Novelle per un anno”.

Come ho scritto all’inizio è una causa persa recensire queste novelle, qualsiasi cosa potessi aggiungere per magnificarle risulterebbe sempre insulsa al loro cospetto; certe mi hanno colpito per la loro drammaticità , altre per la loro ironia, alcune mi hanno fatto piangere ed arrabbiare, alcune ridacchiare sotto i baffi, una cosa però le accomuna tutte, contengono quella verità universale che cambia di forma ma non di sostanza nel corso dei secoli, in tutte emerge quel seme di genio dell’autore che gli permette di vedere più della gente comune e di saperlo esprimere a parole in modo egregio.

Riporto qui alcune citazioni sparse, conscia che sono riduttive e che l’unica citazione davvero consona sarebbe ricopiare pari pari tutte le novelle per intero. Ovviamente vi invito a leggerle, ascoltarle, masticarle, rileggerle…Queste opere sicuramente non rasserenano ma ci fanno capire la vita.

“io stesso avevo già sperimentato, tutto quel giorno, che non hanno alcun fondamento di realtà quelli che noi chiamiamo i nostri ricordi. Quel povero dottor Palumba credeva di ricordare… S’era invece composta una bella favola di me! Ma non me n’ero composta una anch’io, per mio conto, ch’era subito svanita, appena rimesso il piede nel mio paesello natale? Gli ero stato un’ora di fronte, e non mi aveva riconosciuto. Ma sfido! Vedeva entro di sé Carlino Bersi, non quale io ero, ma com’egli mi aveva sempre sognato.”

I nostri ricordi da “Novelle per un anno”.

“Da una ventina d’anni il Colacci si alza a ogni fine di seduta per inneggiare alla Scienza, per inneggiare alla luce, mentre i lumi si spengono, e propone la sospensiva su ogni progetto, in vista di nuovi studii e di nuove scoperte. Cosí noi siamo salvi, amico mio! Tu puoi star sicuro che la Scienza, a Milocca, non entrerà mai. Hai una scatola di fiammiferi? Cavala fuori e fatti lume da te.”

Le sorprese della scienza da “Novelle per un anno”

“Chi vuole, caro signore, che capisca un’acca della sua commedia, tra tutta questa gente qui? Non se ne curi, però. Basterà si sappia che lei l’ha letta nel salotto intellettuale della Venanzi. Ne parleranno i giornali. Il che, al giorno d’oggi, vuol dire tutto.”

“ «E che vita è mai quella ch’egli vive? Una continua stomachevole finzione! Non uno sguardo, non un gesto, non una parola, sinceri. Non è piú un uomo: è una caricatura ambulante. E bisogna ridursi a quel modo per aver fortuna, oggi?» Sentiva, cosí pensando, un profondo disgusto anche di sé, vestito e pettinato alla moda, e si vergognava d’esser venuto a cercare la lode, la protezione, l’ajuto di quella gente che non gli badava.”

Il sonno del vecchio da “Novelle per un anno”

“Le bestie non premeditano. Se s’appostano, il loro agguato è parte istintiva e naturale della loro naturalissima caccia, che non le fa né ladre né assassine. La volpe è ladra per il padrone della gallina: ma per sé la volpe non è ladra: ha fame; e quand’ha fame, acchiappa la gallina e se la mangia. E dopo che se l’è mangiata, addio, non ci pensa piú.”

La distruzione dell’uomo da “Novelle per un anno”.

“ Il male era che non comprendevo che altro è ragionare, altro è vivere. E la metà, o quasi, di quei disgraziati che si tengon chiusi negli ospizii, non sono forse gente che voleva vivere secondo comunemente in astratto si ragiona? Quante prove, quanti esempii potrei qui citare, se ogni savio oggi non riconoscesse tante cose che si fanno nella vita, o che si dicono, e certi usi e certe abitudini esser proprio irragionevoli, dimodoché è matto chi li ragioni.”

Quand’ero matto da “Novelle per un anno”

“«Quell’essenza?» pensò adesso. «Che vuol dire? Quella certa cosa “che è”, innegabilmente, per la quale io, mentre sono vivo, differisco da me quando sarò morto. È chiaro! Ma questa essenza dentro di me è per se stessa o in quanto io sono? Due casi. Se è per sé, e soltanto dentro di me si rende cosciente di se stessa, fuori di me non avrà piú coscienza? E che sarà dunque? Qualche cosa che io non sono, che essa medesima non è, finché mi rimane dentro. Andata fuori, sarà quel che sarà… seppure sarà! Perché c’è l’altro caso: che essa cioè sia in quanto io sono; sicché, dunque, non essendo piú io…»”

L’illustre estinto da  “Novelle per un anno”

“Compresi ch’era la mano d’un malato povero, perché, quantunque accuratamente lavata come l’igiene negli ospedali prescrive, serbava tuttavia nella gialla magrezza un che di sudicio, indetersibile; che non è sudicio propriamente nella mano dei poveri, ma quasi la pàtina della miseria che nessun’acqua mai porterà via.”

“Levava di tanto in tanto sotto le coperte un ginocchio. La mano, dapprima inerte, si alzava con le dita tremolanti e quasi vagava su quel ginocchio levato, in una carezza intorno, che non era certo rivolta al ginocchio.”

“Povera mano, tu cosí gialla, cosí macra, con quel segno d’amore? Eh no! Di morte. Su un letto d’ospedale, non si sposa che in previsione della morte.”

La mano del malato povero da “Novelle per un anno”

“Arrivò cosí ai sessant’anni.
Allora la tensione, in cui per tanto tempo aveva tenuto lo spirito, d’un tratto si rilasciò.
Marco Picotti si sentí placato. Lo scopo della sua vita era raggiunto.
E ora?
Ora poteva morire. Ah, sí, morire, morire: era stufo, nauseato, stomacato: non chiedeva altro! Che poteva piú essere la vita per lui? Senza piú quello scopo, senza piú quell’impegno – stanchezza, noja, afa.
Si mise a vivere fuori d’ogni regola, a levarsi da letto molto prima del solito, a uscire di sera, a frequentare qualche ritrovo, a mangiare tutti i cibi. Si guastò un poco lo stomaco, si seccò molto, s’indispettí piú che mai della vista della gente che seguitava a congratularsi con lui del buono stato della sua salute. L’uggia, la nausea gli crebbero tanto, che un giorno alla fine si convinse che gli restava da fare qualche cosa; non sapeva ancor bene quale; ma certamente qualche cosa, per liberarsi dell’incubo che ancora lo soffocava. Non aveva già vinto? No. Sentiva che ancora non aveva vinto”
“Quando si sparse in paese la notizia del suicidio di Marco Picotti, nessuno dapprima ci volle credere, tanto apparve a tutti in contraddizione col chiuso testardo furore, con cui fino alla vecchiezza s’era tenuto in vita.”

L’uccello impagliato da “Novelle per un anno”

” Il valore della sua arte nuova, personalissima, s’è imposto, non già perché sia realmente compreso, ma perché l’imbecillità dei ricchi visitatori delle esposizioni d’arte è stata costretta dalla critica a fermarsi davanti alle sue tele. La critica? Via, una parola, la critica! Una parola che non vive, se non nei calzoni d’un critico. ”

Candelora da “Novelle per un anno”

 

Il giornalino di Giamburrasca di Vamba (Luigi Bertelli)

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Il giornalino di Gian Burrasca
Di Vamba,Luigi Bertelli
Editore: Giunti junior
Lingua: Italiano | Numero di pagine: 288
Isbn-10: 8809050509 | Isbn-13: 9788809050501

Ascolta il podcast su Ad Alta Voce Radio Tre

 

 

Spassosa rilettura ascoltata

E niente da dire… questo è un capolavoro sempre piacevole da rileggere e in questo caso da ascoltare.

Da piccola ho letto questo libro con divertimento e piacere e in questi giorni faticosi e stressanti ho deciso di fare una pausa dalle letture impegnate per riascoltarlo tramite il Podcast di Ad Alta Voce.  Bravissimo Piero Baldini nell’interpretazione.

Ovviamente Il Giornalino di Giamburrasca è anacronistico sotto molti aspetti, chissà se un bambino di oggi potrebbe riderne come ho riso io, chissà se può percepire certe storie o se gli sono troppo lontane… una cosa è certa, come in tutti i capolavori qualcosina di eternamente vero la offre anche questa storia per ragazzi ( dico ai ragazzi perchè gli adulti intendano), e questa citazione ne è la prova:

Tu avendo il babbo socialista hai creduto nel tuo entusiasmo di dover mettere in pratica le sue teorie distribuendo i pasticcini a que’ poveri ragazzi che non ne avevan mai assaggiati, e il tuo babbo ti ha punito… È inutile: il vero torto di noi ragazzi è uno solo: quello di pigliar sul serio le teorie degli uomini… e anche quelle delle donne! In generale accade questo: che i grandi insegnano ai piccini una quantità di cose belle e buone… ma guai se uno dei loro ottimi insegnamenti, nel momento di metterlo in pratica, urta i loro nervi, o i loro calcoli, o i loro interessi.

 

I Viceré di Federico De Roberto

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Di Federico De Roberto
Editore: E-text / Audiolibro – Liber liber Numero di pagine: 496
Isbn-10: A000060243 | Isbn-13: 9788897313045
Fonte: I Vicere / Federico De Roberto ; a cura di Sergio Campailla. – Ed. integrale. – Roma : Biblioteca economica Newton, 1995. – 416 (Biblioteca economica Newton. Classici
  • Cecchini, Silvia (ruolo: Voce)

Link per il Download dell’Audiolibro

 

Soap opera ottocentesca  (4,6 stelle) 

Lo confesso, se non ci fosse stata Silvia Cecchini a leggermi questo mastodontico libro non ce l’avrei fatta a portarlo a termine, sicuramente non avrei superato la prima parte che è sicuramente la più pesante e la più faticosa a livello mnemonico, per la grande quantità di personaggi da imparare a conoscere.

In questo testo non si salva nessuno, ci mostra una società dove l’unico sano muore suicida; una sorta di Beautiful dell’800 in cui si fanno alleanze tra parenti serpenti, si decidono le sorti dei figli in base a regole dettate dall’interesse e tutta una serie di manovre letteralmente disgustose a livello umano. Attuale e lucido ci offre un inizio pesante e lento, poi maggiormente fruibile. De Roberto scrive un’opera meno coinvolgente emotivamente e più politicizzata di quelle del coevo ed amico Verga, ma di un enorme valore umano e storico. Dal punto di vista letterario ho trovato lo stile abbastanza scarno, dettagliato ma essenziale, apparentemente privo di partecipazione e di giudizio… che poi quando l’autore non da un giudizio esplicitamente emette sentenze ancor più efficaci.

Leggere questi romanzi è demoralizzante, se hai un barlume di utopia, di speranza in un mondo migliore con I Viceré ci metti una pietra sopra. Qui si trova l’umanità nelle sue caratteristiche immutabili, c’è il passato, il presente ed il futuro.

Dire di più sarebbe inutile, per cui passo a riportare alcune CITAZIONI con commento.

“«Il Re e i deputati assieme. Il Re può badare a tutto? E vedi lo zio come fa onore alla famiglia? Quando c’erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!…»”

CHI SA REMARE NON AFFONDA MAI, NEMMENO SE CAMBIA IL VENTO…

“Non contento di esercitare personalmente tanto potere, ficcava i suoi aderenti da per tutto perché facessero il suo giuoco: così Giulente zio aveva avuto la direzione della banca, così Giulente nipote era stato fatto sindaco!…”

“Delle cariche pubbliche s’era servito per accomodar le sue cose; i denari impiegati nella rivoluzione gli fruttavano il mille per cento! Così spiegavasi il suo patriottismo, la commedia della sua conversione alla libertà, mentre casa Uzeda era stata sempre covo di borbonici e di reazionari”

“«Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…» Se non aveva pronunziato le parole, aveva certo messo in atto l’idea; perciò vantava l’eccellenza del nuovo regime, i benefici effetti del nuovo ordine di cose! Le leggi eran provvide quando gli giovavano”

Avevano promesso il regno della giustizia e della moralità; e le parzialità, le birbonerie, le ladrerie continuavano come prima: i potenti e i prepotenti d’un tempo erano tuttavia al loro posto! Chi batteva la solfa, sotto l’antico governo? Gli Uzeda, i ricchi e i nobili loro pari, con tutte le relative clientele: quelli stessi che la battevano adesso!

“«Pensi ancora alla destra e alla sinistra?» esclamò ridendo il duca, che aveva in tasca la formale promessa d’un seggio al Senato. «Non vedi che i partiti vecchi sono finiti? che c’è una rivoluzione? Chi può dire che cosa uscirà dalle urne a cui hanno chiamato la plebe? Un vero salto nel buio!…”

“Non si parlava delle elezioni, ma il principe, affabile con tutti, s’informava dei bisogni del paese, ascoltava i reclami di tutti, prendeva note sopra un taccuino, e lasciava la gente ammaliata dai suoi modi cortesi, sbalordita dalla sua eloquenza ”

“Il ridicolo di quella pubblicazione, la goffaggine degli elogi di cui era piena non gli davano ombra, sicuro com’era che per un elettore che ne avrebbe riso, cento avrebbero creduto a tutto come ad articoli di fede.”

PERCHE’… ADESSO è CAMBIATO FORSE QUALCOSA?

“Ma noi non scegliamo il tempo nel quale veniamo al mondo; lo troviamo com’è, e com’è dobbiamo accettarlo. Del resto, se è vero che oggi non si sta molto bene, forse che prima si stava d’incanto?”

DEDICATO AI NOSTALGICI DEI BEI TEMPI ANDATI…

“ Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dai Re; ora viene dal popolo… La differenza è più di nome che di fatto… Certo, dipendere dalla canaglia non è piacevole; ma neppure molti di quei sovrani erano stinchi di santo. E un uomo solo che tiene nelle proprie mani le redini del mondo e si considera investito d’un potere divino e d’ogni suo capriccio fa legge è più difficile da guadagnare e da serbar propizio che non il gregge umano, numeroso ma per natura servile… E poi, e poi il mutamento è più apparente che reale. Anche i Viceré d’un tempo dovevano propiziarsi la folla;”

INSOMMA…SE FAI POLITICA E VUOI OTTENERE SUCCESSO DEVI ESSERE UN GRAN BUGIARDO ED INGRAZIARTI IL POPOLINO…

“Tutti si lagnano della corruzione presente e negano fiducia al sistema elettorale, perché i voti si comprano. Ma sa Vostra Eccellenza che cosa narra Svetonio, celebre scrittore dell’antichità? Narra che Augusto, nei giorni dei comizi, distribuiva mille sesterzi a testa alle tribù di cui faceva parte, perché non prendessero nulla dai candidati!…»”

PERCHE’ MAI NULLA CAMBIERA’…

Il giorno del giudizio di Salvatore Satta

47d801c85c906082ceb384f09e3c6490_w240_h_mw_mh_cs_cx_cyIl giorno del giudizio
Di Salvatore Satta
Editore: Adelphi (Gli Adelphi, 13)
Lingua: Italiano | Numero di pagine:292
Isbn-10: 8845907627 | Isbn-13: 9788845907623

La bellezza discreta di un capolavoro

Mi trovo in grande difficoltà a recensire questo libro, mi mancano le parole per esprimere il motivo per cui mi è piaciuto così tanto ed elencarne i pregi. Raramente mi capita ciò, ma in questo caso mi sento di dire che la bellezza di quest’opera è talmente discreta, sommessa, che risulta difficile appigliarsi ad un particolare per parlarne. Sicuramente ho trovato ne “Il giorno del giudizio”l’universalità di certe cose umane che trovo nei grandi autori, quell’universalità di tempo e spazio che solo i capolavori possiedono.

Non ho letto molti autori sardi, mi ero innamorata di Accabadora di Michela Murgia per poi rimanere leggermente delusa da L’incontro, mi è piaciuto Nel tempo di mezzo di Marcello Fois senza però entusiasmarmi più di tanto, la famosissima Grazia Deledda con La danza della collana non mi aveva conquistata; poi è arrivato Salvatore Satta con Il giorno del giudizio ed ho pensato ecco, questo è un capolavoro!

La misura con cui vengono usate le parole per raccontare mi ha sconcertata, nulla di ciò che l’autore ha scritto è in più, niente è superfluo, eppure lo stile non è scarno; il realismo della storia mi ha fatto pensare a Giovanni Verga anche se in Satta ho trovato forse meno coinvolgimento dal punto di vista della narrazione, se nel Verga traspare una profonda pietà per i disgraziati di cui parla, in Satta questa pietà la avverto in modo più sottile, meno evidente, come se lo scrittore fosse solo un testimone di queste vite e le voglia raccontare con distacco, questo tuttavia non significa mancanza di empatia o  freddezza.

All’inizio ho faticato per calarmi nella mentalità sarda narrata nel romanzo, una mentalità che differisce da quella del sud a cui sono già più abituata avendo letto ormai vari libri ambientati in Sicilia o comunque nel meridione, la Sardegna forse è la più isola di tutte, quella che è vissuta veramente fuori dal resto dell’Italia, e questo si avverte dalle storie che da essa provengono.

Vorrei spendere due parole per il fantastico Toni Servillo che ha letto il libro per Ad alta voce, il podcast grazie al quale ho potuto assaporare questa lettura; in parte mi è mancato il testo cartaceo da sottolineare e rimacinare con i miei tempi, tuttavia la voce di questo attore e l’intonazione sono stati un valore aggiunto che non sempre si trova ascoltando un audiolibro. Qualcuno ha polemizzato sulla pronuncia di Nuoro sostenendo che Servillo non ha rispettato l’accento sardo, personalmente credo che sia stata non una svista ma una scelta di dizione esclusivamente musicale, credo che l’accento messo al posto giusto avrebbe reso molto meno fluida la lettura… ma sono particolari poco importanti rispetto alla bellezza del romanzo ed alla storia narrata.

Una lettura è poca, o meglio, nel mio caso un ascolto è poco, e non  escludo che prima o poi ricomincerò  da capo.

Nel frattempo, non riuscendo a dire di più vi lascio qualche citazione.

“il potere, contro le apparenze, si manifesta più col dare che col togliere”

“del resto la differenza tra la regina e la schiava corre sul filo del rasoio”

“La sola superiorità che Don Sebastiano aveva su Donna Vincenza era il potere. Che comunione o non comunione dei beni: queste sono tutte stupidaggini che figurano nei codici. Il potere era il danaro che Don Sebastiano ricavava dalla professione (e perla sua bravura, e per la fiducia che ispirava diventava sempre più cospicuo) e senza quel danaro Donna Vincenza aveva poco da essere intelligente.”

“Era una cosa da nulla, diciamo la verità: che cosa costa chiedere al marito quattro soldi per fare la spesa, che poi si riduceva a un poco di carne, e non tutti i giorni, perché il resto veniva dalla campagna o dai regali dei clienti? Ma quei quattro soldi erano il terribile prezzo che doveva pagare per riconoscere la propria inesistenza, e mai si sarebbe piegata a questo.”

“Neppure il cinematografo riproduce la vita, perché anche se si muovono, non sono che fotografie, l’una dopo l’altra.”

“il costume era che chi ha deve dare, anche per mostrare di avere”

“Figli non ne erano venuti, ma questo non aveva nessuna importanza. Né l’uno né l’altra sentivano il bisogno di continuarsi, perché non avevano il senso della propria incompletezza.”

“Era un uomo buono, e pareva chiedere scusa a ogni morto di doverlo seppellire, ma tant’è lo seppelliva, senza curarsi se fosse povero o ricco, se fosse Fileddu o Don Sebastiano; e questo non gli procurava né odio né amore, ma lo rendeva come il padrone di tutti.”

“La sua parola era mite, dolce, perché sapeva che quegli ignoranti vivevano contenti del loro stato, e non avrebbero mai accettato di rivoltarsi contro Nuoro e le sue leggi. Il suo scopo era soltanto quello di aprire nei loro cuori una speranza; dopo avrebbero odiato Don Sebastiano,Don Serafino, Don Pasqualino, i naturali ostacoli alla speranza: per luicome per loro.”

“Don Ricciotti seguiva col suo termometro infallibile il crescere della speranza nei suoi ascoltatori. Non aveva niente da offrire, ma non c’era bisogno che offrisse nulla. Egli aveva scatenato la loro fantasia, e questo bastava, per il momento. Per indirizzarli verso il suo fine, e cioè abituarli all’idea dell’ingiustizia privata, l’ingiustizia di Don Sebastiano che usurpava la sua casa di Loreneddu, pensò che la via più facile, e la meno pericolosa, era quella di passare per la cosa pubblica. Cosa pubblica e cosa di nessuno sono la stessa cosa

“Gli applausi salirono al cielo. «Sì, perché voi siete stati fino ad oggischiavi, e non ve ne siete accorti. Non è vero che la schiavitù è stataabolita. Chi non possiede beni non è libero, non è nemmeno un uomo, è un bracciante o un giornaliero. Questo è il nome che vi dànno». I contadini di Sèuna ascoltavano quella voce tonante che riempiva tutta la contrada. Essi non sapevano di essere schiavi, e nemmeno che cosa era la schiavitù, perciò restavano attoniti.”

Ridurre la lotta politica a una lotta dell’uomo contro l’uomo, la sola che quei seunesi, e i miseri di tutte le contrade potessero capire.”

“Il cimitero di Nuoro, che aveva le braccia larghe, lo ricevette. Nessuno sapeva da dove veniva, come nessuno sapeva dove andava. E poiché non aveva un nome, non si sapeva neppure se veramente fosse esistito.” (*)

“Egli non si rendeva conto che per tutti giunge il momento in cui si sta al mondo perché c’è posto, e questo momento ora era giunto per lui.”

Passi di: Il giorno del giudizio. “Salvatore Satta”

(*) Questa citazione riferita ad un povero bambino profugo ( a quanto pare i profughi ci sono sempre stati!) mi ha fatto pensare al popolo di Lampedusa, che accoglie vivi e morti, spesso senza nome, che passano da lì come se nemmeno esistessero per la maggior parte del mondo.

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Madame Bovary di Gustave Flaubert

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Supporto cartaceo all’ascolto di diversa edizione

Madame Bovary
Di Gustave Flaubert
Editore: Newton Compton (I MiniMammut)
Lingua: Italiano | Numero di pagine: 320 | Formato: Copertina rigida
Isbn-10: 8854165212 | Isbn-13: 9788854165212 | Data di pubblicazione: 2014-xx-xx
Traduttore: O. Cecchi

Io conosco questi personaggi, sono vivi e sono tra noi. 

Io Emma l’ho conosciuta. Il mondo è pieno di Emma Bovary, donne che non so se mi fanno più pena, rabbia o tenerezza per la loro incapacità di amare e per la loro ignara cattiveria. Donne che credono di essere interessanti, che si reputano brillanti ed intelligenti, che credono di avere diritto al meglio solo perchè hanno una bella figura, donne che sbattono le ciglia per ottenere regali costosi, donne che a parole dicono di voler bene ma che con i fatti dimostrano il contrario.

Emma Bovary è una donna mediocre ma non sa di esserlo, anela ad una vita sfarzosa e vivace ma si ritrova un marito che nonostante tutto il suo impegno ed amore non potrà mai darle ciò che lei ritiene di meritare. Le sue passioni culturali non sono autentiche, sono superficiali e servono solo a illuderla di essere ingiustamente relegata in un ruolo inferiore alle sue aspettative, non le sono di reale aiuto per un’evoluzione umana o per alleviare la noia di tutti i giorni.

Emma si annoia. Emma soffre di depressione, anche se all’epoca veniva chiamata “problema di nervi” quasi con condiscendenza dagli uomini. Emma trova rifugio nella passione dei suoi due amanti, ma anche questa passione non è amore vero, lei non ha la più pallida idea di cosa significhi amare, la sua graziosa testolina è infarcita di fantasie, d’altronde non c’è amore nemmeno  da parte dei due uomini; questi incontri clandestini, uniche fonti di vitalità per lei, come una sorta di pena di contrappasso per il suo comportamento ignobile verso il marito,  la porteranno alla rovina.

Certo va detto che le donne una volta non avevano molte possibilità rispetto ad un uomo, c’erano delle regole da rispettare e dei ruoli da tenere, ma tutto sommato Emma non ci appare, nonostante lei se ne lamenti, particolarmente prigioniera di convenzioni o di doveri. Come madre è un disastro, completamente disinteressata alla figlia, dopo averla partorita la lascia per mesi ad una balia sudicia e malsana, e quando la porta a casa con sé la ignora delegandone la cura quasi esclusivamente alla domestica.

Ho conosciuto anche Charles Bovary, un uomo buono ma insulso, capace di far danni soltanto con la propria stupida ottusità e capace di essere cieco d’amore per una donna che non ha nulla a che fare con lui e che si approfitta soltanto della sua cieca adorazione.

Probabilmente con un marito così sarei stata disperata anche io, va detto però che Emma non è stata costretta a sposarlo. Pover’uomo, la classica brava persona priva di ogni attrattiva, quanti ne vedo se mi guardo intorno… uomini nemmeno belli, che sono mediocri in tutto, anche nel loro lavoro, la cui unica qualità talvolta è la bontà, qualità che purtroppo se non associata a qualcos’altro risulta di una noia micidiale.

Conosco anche Rodolphe, quanti Rodolphe ci sono! Predatori egoisti, incapaci di un qualsiasi sentimento genuino se non verso il proprio ego.

Ma il mondo è pieno anche di Leon, giovani dal cuore infiammato d’amore che non esitano a fuggire dinanzi alle difficoltà una volta che la vampa della passione si affievolisce, giovani senza le palle detto volgarmente.

Vogliamo poi parlare di Lheureux? L’aguzzino, l’usuraio, il lupo travestito da agnello che mellifluamente porta Emma  e Charles alla rovina economica? Quanti Lheurex ci sono anche adesso, sono nascosti dietro la proposta di comprare a rate, dietro le finanziarie che ti consigliano di spendere senza avere il denaro, i Lheureux lavorano nell’ombra per impossessarsi di tutto. Lheureux portato ai giorni nostri incarna l’economia del consumo, il nostro ingranaggio che crea falsi bisogni per spingere all’acquisto di cose inutili.

Che campione di umanità vario e tipico ci offre Flaubert con questo romanzo! Non avrei mai creduto che potesse piacermi così tanto una storia del genere, ed invece mi sorprendo dinanzi all’ennesima scoperta della bellezza dei classici; mi innamoro di una letteratura che avevo sempre sottovalutato perchè vi trovo molto di più di ciò che in apparenza sembra esserci, è una letteratura che nutre la mente. In questa storia c’è molto di ciò che si trova nella vita, pare impossibile che sia stata scritta nell’800, perchè anche se adesso invece della carrozza si anela al “suv”, siamo gli stessi omiciattoli descritti da Flaubert con grazia e impietoso realismo.

Stavolta non riporto le citazioni volutamente, esistono troppe versioni del romanzo tradotto e sono riuscita solo ad ascoltare quella che per epoca storica si avvicina abbastanza all’autore seppur non sia la prima traduzione fatta, quindi, tra versioni diverse e libri parlati , citare sarebbe troppo difficoltoso.

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Testo di riferimento per l’ascolto da “Il terzo anello” Radio3

 

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

Cristo si è fermato a Eboli Di Carlo Levi 
Editore: Einaudi (Gli struzzi, 74)
Numero di pagine: 235 | Formato: Paperback
Isbn-10: 8806422839 | Isbn-13: 9788806422837
Data di pubblicazione: 01/01/1997 | Edizione 1

Ci sono uomini sopra la media, Carlo levi è uno di questi  

Che pensare di un uomo che non solo è medico, ma è anche un valido pittore, che sa scrivere in modo eccellente ed esprime concetti politico-sociali così complessi e chiari e allo stesso tempo? Si può solo pensare che sia una mente geniale. Nella mia piccolezza e nella mia testa di personcina banale e prevenuta non avevo mai letto questo libro che, come tanti altri classici della letteratura italiana del novecento, reputavo dovesse essere noioso e di scarso interesse. In effetti se si pensa che certi libri vengono fatti leggere durante l’adolescenza, che risultino noiosi ci può stare, trattano di argomenti che a quell’età  raramente interessano, ed io quasi di certo mi sono fatta influenzare dai commenti negativi di chi era stato costretto a leggerli  troppo presto per apprezzarli.
Questa mia riscoperta di una letteratura passata si sta rivelando un bel viaggio, una sorprendente scoperta che per contro mi fa sembrare banali e insulsi quasi tutti gli autori contemporanei.
Questo è un libro vero e bellissimo, ciò che Carlo levi racconta è la sua storia, la sua esperienza, non è un romanzo inventato, e le sue considerazioni sull’Italia dell’epoca sono interessanti ed intelligenti, ma soprattutto lungimiranti, in quanto alcuni meccanismi sono e saranno sempre validi, seppur calati in contesti differenti il succo prodotto da certi ingranaggi è lo stesso.
Sarò prolissa nelle citazioni, ma non sono capace di esprimere con parole mie ciò che ho percepito leggendo alcune frasi, purtroppo non sono altrettanto brava nello scrivere i miei pensieri come spero di esserlo con la pittura, non sono una persona sopra la media come lo è stato Carlo levi, capace di fare tutto e farlo bene.
 
CITAZIONI
 
“c’erano i galantuomini e c’erano i briganti, i figli dei galantuomini e i figli dei briganti. Il fascismo non aveva cambiato le cose. Anzi, prima, con i partiti, la gente per bene poteva state tutta da una parte, sotto una bandiera particolare, e distinguersi dagli altri e lottare sotto una veste politica. Ora non ci resta che le lettere anonime, e le pressioni e le corruzioni in Prefettura. Perché nel fascismo ci stanno tutti. – Io, vede, sono di una famiglia di liberali. I miei bisnonni sono stati in prigione, sotto i Borboni. Ma il segretario del fascio, sa chi è? È il figlio di un brigante.”

“Tutti i giovani di qualche valore, e quelli appena capaci di fare la propria strada, lasciano il paese. I piú avventurati vanno in America, come i cafoni; gli altri a Napoli o a Roma; e in paese non tornano piú. In paese ci restano invece gli scarti, coloro che non sanno far nulla, i difettosi nel corpo, gli inetti, gli oziosi: la noia e l’avidità li rendono malvagi. Questa classe degenerata deve, per vivere (i piccoli poderi non rendono quasi nulla), poter dominare i contadini, e assicurarsi, in paese, i posti remunerati di maestro, di farmacista, di prete, di ma-resciallo dei carabinieri, e cosí via. È dunque questione di vita o di morte avere personalmente in mano il potere; essere noi o i nostri parenti o compari ai posti di comando.”

“I contadini ammazzano tutte le capre. Per forza. La tassa chi può pagarla? – Pare infatti che il governo avesse da poco scoperto che la capra è un animale dannoso all’agricoltura, poiché mangia i germogli e i rami teneri delle piante: e aveva perciò fatto un decreto valido ugualmente per tutti i comuni del Regno, senza eccezione, che imponeva una forte imposta su ogni capo, del valore all’incirca della bestia. Cosí, colpendo le capre, si salvavano gli alberi. Ma a Gagliano non ci sono alberi, e la capra è la sola ricchezza del contadino, perché campa di nulla, salta per le argille deserte e dirupate, bruca i cespugli di spine, e vive dove, per mancanza di prati, non si possono tenere né pecore né vitelli. La tassa sulle capre era dunque una sventura: e, poiché non c’era il denaro per pagarla, una sventura senza rimedio. Bisognava uccideretutte le capre.”

“Era quello l’unico luogo, nello spazio consentito, dove non ci fossero case, e qualche albero variasse la geometria dei tuguri. Perciò lo scelsi come primo soggetto dei miei quadri: uscivo, quando il sole cominciava a declinare, con la tela e i colori, piantavo il mio cavalletto all’ombra di un tronco d’ulivo o dietro il muro del cimitero, e mi mettevo a dipingere. La prima volta, pochi giorni dopo il mio arrivo, questa mia occupazione parve sospetta al brigadiere, che ne avvertí subito il podestà, e mandò, ad ogni buon conto, uno dei suoi uomini a sorvegliarmi. Il carabiniere rimase impalato due passi dietro di me a contemplare il mio lavoro, dalla prima all’ultima pennellata. È noioso dipingere con qualcuno dietro le spalle, anche quando non si temono le malvage influenze, come pare avvenisse a Cézanne: ma checché facessi, non ci fu verso di smuoverlo: aveva la sua consegna. Soltanto, il suo stupido viso mutò a poco a poco la sua espressione indagatoria in una sempre piú interessata; ed egli finí per chiedermi se sarei stato capace di fare un ingrandimento a olio della fotografia della sua mamma morta: che è, per un carabiniere, il massimo punto d’arrivo.”

“Gli Stati, le Teocrazie, gli Eserciti organizzati sono naturalmente piú forti del popolo sparso dei contadini: questi devono perciò rassegnarsi ad essere dominati: ma non possono sentire come proprie le glorie e le imprese di quella civiltà, a loro radicalmente nemica.”


“I briganti difendevano, senza ragione e senza speranza, la libertà e la vita dei contadini, contro lo Stato, contro tutti gli Stati. Per loro sventura si trovarono ad essere inconsapevoli strumenti di quella Storia che si svolgeva fuori di loro, contro di loro; a. difendere la causa cattiva, e furono sterminati. Ma, coi brigantaggio, la civiltà contadina difendeva la propria natura, contro quell’altra civiltà che le sta contro e che, senza comprenderla, eternamente la assoggetta: perciò, istintivamente, i contadini vedono nei briganti i loro eroi. La civiltà contadina è una civiltà senza Stato, e senza esercito: le sue guerre non possono essere che questi scoppi di rivolta; e sono sempre, per forza, delle disperate sconfitte; ”

“Avevo sempre visto che, poiché non hanno i pregiudizi della mezza cultura, i contadini sono, in generale, capaci di vedere la pittura: avevo l’abitudine di chiedere il loro parere sulle cose che avevo fatto. ”
 

“Non può essere lo Stato, avevo detto, a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato. Fra lo statalismo fascista, lo statalismo liberale, lo statalismo socialistico, e tutte quelle altre future forme di statalismo che in un paese piccolo-borghese come il nostro cercheranno di sorgere, e l’antistatalismo dei contadini, c’è, e ci sarà sempre, un abisso; e si potrà cercare di colmarlo soltanto quando riusciremo a creare una forma di Stato di cui anche i contadini si sentano parte. Le opere pubbliche, le bonifiche, sono ottime cose, ma non risolvono il problema. La colonizzazione interna potrà avere dei discreti frutti materiali, ma tutta l’Italia, non solo il mezzogiorno, diventerebbe una colonia.”

“Siamo anzitutto di fronte al coesistere di due civiltà diversissime, nessuna delle quali è in grado di assimilare l’altra. Campagna e città, civiltà precristiana e civiltà non piú cristiana, stanno di fronte; e finché la seconda continuerà ad imporre alla prima la sua teocrazia statale, il dissidio continuerà. La guerra attuale, e quelle che verranno, sono in gran parte il risultato di questo dissidio secolare, giunto ora alla sua piú intensa acutezza, e non soltanto in Italia. La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza, per esplodere di tratto in tratto; e la crisi mortale si perpetuerà. Il brigantaggio, guerra contadina, ne è la prova: e quello del secolo scorso non sarà l’ultimo.”

“Noi non possiamo oggi prevedere quali forme politiche si preparino per il futuro: ma in un paese di piccola borghesia come l’Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono andate conta-giando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, per evoluzione lenta o per opera di violenza, e anche le piú estreme e apparentemente rivoluzionarie fra esse, saranno riportate a riaffermare, in modi diversi, quelle ideologie; ricreeranno uno Stato altrettanto, e forse piú, lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano.”

“Bisogna che noi ci rendiamo capaci di pensare e di creare un nuovo Stato, che non può piú essere né quello fascista, né quello liberale, né quello comunista, forme tutte diverse e sostanzialmente identiche della stessa religione statale. ”

“ L’individuo non è una entità chiusa, ma un rapporto, il luogo di tutti i rapporti. Questo concetto di relazione, fuori della quale l’individuo non esiste, è lo stesso che defini-sce lo Stato. Individuo e Stato coincidono nella loro essenza, e devono arrivare a coincidere nella pratica quotidiana, per esistere entrambi.”

Passi di: Carlo Levi. “Cristo si è fermato a Eboli”.

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