La cripta dei cappuccini Di Joseph Roth

La Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth

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Editore: Newton Compton
Lingua: Italiano | Numero di pagine: 139 | Formato: eBook
Isbn-10: 8854133507 | Isbn-13: 9788854133501 | Data di pubblicazione: 01/07/2011 | Edizione 1
Traduttore: Madeira Giacci ; Curatore: Giorgio Manacorda

Ascoltato su AD ALTA VOCE

 

Insospettabilmente bello

Un libro insospettato, mi sono accostata a Joseph Roth digiuna e mi sono saziata.

Il romanzo è ambientato nel periodo di decadenza dell’Impero austriaco che aveva riunito  culture e religioni europee molto diverse tra loro, decadenza che culmina nel disfacimento dell’identità austriaca conquistata dalla Germania nazista.

L’inizio è un po’lento e non lascia presagire la bellezza del libro nella sua interezza, apparentemente sembra un romanzo culturalmente a noi lontano, ma in realtà ciò che emerge soprattutto è l’aspetto umano, l’interazione tra le persone apparentemente così diverse da noi italiani degli anni 2000 eppure vicini nell’essenza.

Un romanzo nostalgico in cui il protagonista dopo molte vicissitudini rimane legato al passato, non riesce ad accettare la nuova situazione politica o semplicemente non riesce ad accogliere il cambiamento di epoca e mentalità, e l’unico conforto che trova è visitare La Cripta dei Cappuccini, dove riposano le spoglie dell’ imperatore Francesco Giuseppe I, simbolo di ciò che è stato e non è più.

CITAZIONI

Lottai a lungo invano contro quest’amore, non tanto perché mi credessi in pericolo, ma perché temevo il tacito scherno dei miei scettici amici. Era di moda allora, poco prima della grande guerra, una beffarda arroganza, una fatua professione di cosiddetto “decadentismo”, di stanchezza immensa, mezzo simulata, e di noia senza motivo. In questa atmosfera passai i miei anni migliori. In questa atmosfera i sentimenti avevano a malapena posto, le passioni erano rigorosamente vietate.

(sembrano i nostri EMO…)

Solo i miei ebrei polacchi non vengono toccati né da un insulto, né da un favore. Nel loro genere, sono degli aristocratici. Perché la caratteristica dell’aristocratico è innanzi tutto l’equanimità; e mai altrove ho visto equanimità più grande che presso i miei ebrei polacchi!».
Diceva «i miei ebrei polacchi» con lo stesso tono col quale tante volte in mia presenza aveva detto: i miei beni, i miei van Gogh, la mia collezione di strumenti musicali. Avevo la chiara sensazione che, almeno in parte, tenesse in così gran conto gli ebrei perché li considerava una sua proprietà.

Ma il vetturino Manes Reisiger, ben lungi dallo scrivere lettere di ringraziamento e assolutamente incapace di valutare il favore del destino che aveva messo sulla sua strada e su quella di suo figlio il conte Chojnicki e me, incline semmai a supporre che il talento di suo figlio Ephraim fosse così smisurato che un conservatorio viennese doveva considerarsi felice di ospitare un tale figlio, mi fece visita due giorni dopo ed esordì con queste parole: «Se un uomo, a questo mondo, ha delle capacità arriva a qualcosa. Io gliel’ho sempre detto a mio figlio Ephraim. E così è stato. È il mio unico figlio. Suona il violino divinamente. Qualche volta dovrebbe chiedergli di suonarle qualcosa. Ed è superbo. Chissà poi se lo farà!». Pareva quasi che dovessi ringraziare il vetturino Manes perché mi era stato concesso di procurare a suo figlio un posto al Conservatorio.

(Questo è l’atteggiamento dei vincenti… Mai sentirsi sminuiti o in obbligo, tutto dovuto e son loro quasi che ti fanno una concessione)

Solo molto più tardi, molto tempo dopo la grande guerra che giustamente, a mio parere, viene chiamata “guerra mondiale ‘, e non già perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo, solo molto più tardi, dicevo, dovevo accorgermi che perfino i paesaggi, i campi, le nazioni, le razze, le capanne e i caffè del genere più diverso e della più diversa origine devono sottostare alla legge del tutto naturale di uno spirito potente che è in grado di accostare ciò che è distante, di rendere affine l’estraneo e di conciliare l’apparentemente divergente.

Non riuscivo a spiegarmi il loro appetito, né il loro usuale buonumore, né la loro stolta indifferenza all’ordine di marcia su Radziwillow, località a nord-est sul confine russo. Ero l’unico fra loro che riconoscesse già i sintomi della morte nelle loro facce inoffensive, perfino liete, in ogni caso per nulla turbate. Era come se si trovassero in quella specie di stato euforico di cui tanto sovente beneficiano i moribondi, un prodromo della morte. E sebbene sedessero a tavola ancora vivi e vegeti e bevessero grappa e birra, e sebbene io fingessi di prender parte ai loro stupidi scherzi, pure avevo l’impressione di essere come un medico o un infermiere che vede morire il suo paziente e si rallegra che il moribondo non sappia ancora nulla della morte imminente.

Ma allora ero ancora troppo giovane per dimostrare commozione senza vergogna. E da quella volta mi sono reso conto che bisogna essere ben maturi e perlomeno avere molta esperienza per mostrare un sentimento senza l’impedimento della vergogna.

Mia madre chiese se anche lei era una capitalista. «Certamente,» disse il signor Xaver «tutti quelli che non lavorano eppure vivono lo stesso sono capitalisti». «E i mendicanti?» chiese mia madre. «Quelli non lavorano, ma non vanno nemmeno al Praterspitz in fiacchere come lei, gentile signora!

Com’è caritatevole la natura! I malanni che essa regala alla vecchiaia sono una grazia. Oblio ci regala, sordità e occhi deboli, quando si diventa vecchi; un poco di confusione anche, poco prima della morte. Le ombre da cui questa si fa precedere sono fresche e caritatevoli.

 

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