Oblomov di Ivan Goncharov

Oblomov 
La biblioteca di Repubblica – Ottocento, 41
Editore: Gruppo Editoriale L’Espresso

Perplessitudine  

Questo romanzo mi ha lasciata perplessa, posso con sincerità affermare che non l’ho capito, seppur alcuni passaggi mi siano sembrati splendidi.
In “Oblomov” ho trovato sia la bellezza delle cose immutabili, ovvero quelle che appartengono all’umanità indipendentemente dall’epoca in cui la storia si svolge, e la bellezza incomprensibile dei pensieri legati ad un’epoca ben precisa. Alcuni concetti, preoccupazioni, dialoghi sono vincolati ad una cultura e ad un’epoca ben precisa di cui conosco poco, e ho trovato difficoltà a comprendere certi tormenti derivanti da usanze e convenzioni adesso non più attuali; dopo certe elucubrazioni dei personaggi a me veniva da chiedere: dov’è il problema? Non capivo proprio il perché di certi tormenti. Altri passaggi invece li ho trovati bellissimi, quelli che ho potuto ricondurre all’universalità dei sentimenti, forse perché ho potuto capirli, assorbirli e assimilarli a sensazioni che io stessa provo od ho provato.
L’inizio del libro è stato sconfortante, di primo acchito Oblomov mi è apparso come un’essere inutile, un uomo che ogni donna deve pregare di non ritrovarsi accanto; per una persona attiva mentalmente come me pensare ad un personaggio che dormicchia  giornate intere, privo di stimoli e interessi è devastante, poi per fortuna la storia è cambiata, non che Oblomov sia diventato il re della pienezza della vita ma almeno ha provato a vivere. Ho cominciato a non detestarlo quando il racconto ci ha offerto una spiegazione del perché il suo carattere si sia forgiato con questa quasi assenza di tempra, ed ho provato per lui pietà e immedesimazione quando ho letto che “Gli sterili rimpianti del passato, i cocenti rimproveri della coscienza, lo pungevano come spine.” Io stessa per prima non sono stata all’altezza delle mie potenzialità, io pure ho sprecato tempo quando ero giovane ed avevo le energie per poter impostare la mia vita diversamente, io pure sono stata allevata nella bambagia incapace di affrontare sacrifici e dolori… chi sono io per giudicare Oblomov?
“Si sentì triste e addolorato pensando che lo sviluppo della sua forza morale si era arrestato, che un senso dipesantezza lo impacciava di continuo; <…> Al tempo stesso, egli aveva la dolorosa sensazione che dentro di lui fosse racchiuso, come in una tomba, un principio bello e luminoso, che forse era già morto, oppure era imprigionato come l’oro nelle viscere di una montagna, mentre da un pezzo quell’oro avrebbe dovuto trasformarsi in moneta corrente.
Ma quel tesoro era sommerso da uno strato spesso e pesante di rifiuti e di detriti. Era come se qualcuno avesse rubato, e sepolto in fondo alla sua anima, tutti i tesori che il mondo e la vita gli avevano donato. Qualcosa gli impediva di lanciarsi nella lizza della vita e di percorrerla spiegando le ali dell’intelligenza e della volontà.” (Passi di: Goncarov. “Oblomov”)
Andando avanti addirittura mi sono ritrovata a pensare che in fin dei conti il protagonista anelava soltanto a ciò che molti di noi vogliono: una vita tranquilla. Quello che non ho capito è se poi questa tranquillità da lui raggiunta gli abbia portato un po’ di felicità oppure se sia rimasto insoddisfatto fino alla fine per il suo primo perduto amore, se si sia accontentato o se realmente abbia goduto della dedizione incondizionata della donna che gli è stata accanto tutta la vita e che gli ha dato anche un figlio.
Come tutti i grandi romanzi anche qui ci troviamo comunque davanti ad una storia corale, non è Oblomov l’unico protagonista. Goncharov da ampio spazio anche ad Olga ed ai suoi pensieri, alla sua maturazione, al suo rapporto prima con Oblomov e poi con Stolz, e anche a personaggi secondari ma importanti. I dialoghi sono intensi, complessi e citarli e analizzarli tutti richiederebbe una tesi e non un semplice commento, un lavoro che non posso e non ho energie per fare, e comunque in fin dei conti i commenti servono a fissare poche cose importanti, ad invogliare chi li legge a prendere in mano il libro originale e ascoltare ciò che ha da dire, fare un riassunto sarebbe inutile e dannoso. Sicuramente arrivata alla fine il personaggio che ho amato di meno è  Stolz, colui che incarna l’uomo aitante e positivo, forse perché fra tutti è quello che appare meno tormentato, colui che con il suo pragmatismo risulta meno sensibile alle torture della vita, colui che mi è meno affine ma che forse risulta l’uomo da avere accanto, perché comunque si tratta di una brava persona.
Io mi fermo qui, lascio solo una parte delle citazioni di frasi che mi hanno colpito, nella speranza che rendano l’idea minima di cosa sia questo romanzo e che ne stimolino la lettura.
Per la precisione voglio specificare che le citazioni qui riportate derivano dalla digitalizzazione dell’edizione citata in testa al post, ma che ho anche ascoltato la lettura del podcast di “Ad alta voce” di Radio 3 derivante da una diversa traduzione.
Citazioni

“«L’istruzione è dannosa per il contadino: istruiscilo, e lui non vorrà più arare…».”

“Egli sarebbe fuggito in preda al panico da una donna che ne avesse posato su di lui uno sguardo ardente, o che si fosse abbandonata sulla sua spalla gemendo e con gli occhi chiusi, e poi, una volta tornata in sé, gli avesse cinto il collo con le braccia fino a soffocarlo… Questo è un fuoco d’artificio, è l’esplosione di un barile di polvere; e come ti lascia? Assordato, accecato e con i capelli abbruciacchiati!”

“«Fare qualcosa! Certo, si può, quando c’è uno scopo. Che scopo ho io? Nessuno».
«Lo scopo è vivere».
«Quando non si sa perché si vive, si vive così, come capita, un giorno dopo l’altro; ci si rallegra che sia passata una giornata e sia arrivata la notte, e si affoga nel sonno il tedioso interrogativo: perché si è vissuto oggi, perché si vivrà domani?».”

“Io so che l’amore è meno esigente dell’amicizia», disse Stolz. «Spesso è anche cieco, e non si cura dei meriti: è sempre così.”

“«Sì, infelice forse perché… sono troppo felice!»” <…> “Vedi come mangio, cammino, dormo, lavoro. All’improvviso mi scende addosso un non so che, una specie di malinconia… è
come se alla vita… mancasse qualche cosa… No, non ascoltarmi: sono sciocchezze…».
«Parla, parla!», insisté lui con vivacità. «Dunque, alla vita manca qualche cosa: che altro?».
«A volte mi sembra di avere paura», proseguì Ol’ga. «Che tutto possa cambiare, finire… non so! Oppure mi tormenta un pensiero stupido: che ci sarà ancora? Cos’è questa felicità… cos’è tutta la vita…», parlava a voce sempre più bassa, vergognandosi delle proprie domande, «tutte queste gioie, i dolori,… la natura…», sussurrò, «tutto mi trascina chissà dove; ”

“Le ricerche di un’intelligenza viva e fervida varcano talvolta i confini stessi della vita e
poiché non trovano risposta, come è naturale, ecco che compare la tristezza… una momentanea insoddisfazione… È la tristezza dell’anima che vuole carpire alla vita il suo segreto… Forse è questo che ti succede… Se così fosse, non si tratta di sciocchezze».”

“quando si è all’apice della felicità, quando non si hanno più rozzi desideri. Essi non assillano una esistenza comune: non entrano dove c’è dolore e bisogno; le masse ignorano questa nebbia di dubbi, questi interrogativi angosciosi… “

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