Olive Kitteridge di Elizabeth Strout

titolo: Olive Kitteridge
collana: le strade
numero: 158
pagine: 381
codice isbn: 978-88-6411-033-2
data pubblicazione: 03/07/2009





Mi leggerò tutti i Pulitzer

Questa raccolta di racconti mi conferma che  il Premio Pulitzer per la Narrativa è una fonte sicura a cui attingere per leggere ottimi libri. A dire il vero non è così, ad esempio nel 2003 vinse “Middlesex” di Jeffrey Eugenides che non mi è è piaciuto affatto, ma per contro ho amato alla follia “Le Ore” di Michael Cunningham che ha vinto nel 1999.
Olive Kitteridge è un libro di racconti che hanno come filo conduttore, talvolta decisamente labile, la protagonista da cui il titolo; si tratta di storie svolte nello spazio di una vita che hanno toccato molti nervi scoperti della mia persona e che mi hanno lasciata coinvolta e travolta allo stesso tempo.
Non è una lettura di evasione, anzi, è una lettura profonda che ti porta a sentire in modo quasi fisico gli accadimenti della vita, storie raccontate  quasi con distacco ma che ti portano inevitabilmente ad una forte introspezione. Ho trovato somiglianze con Alice Munro di cui ho letto “Il percorso dell’amore” , con la differenza che Elizabth Strout mi ha dato un coinvolgimento più intenso, forse per una minore sospensione delle storie o forse perchè i temi affrontati sono più vicini al mio vissuto.  Sicuramente si tratta di un libro che ti scava dentro, e lo fa nel modo che preferisco, con determinazione e pudore allo stesso tempo, non sopporto le storie lacrimevoli che volutamente vogliono portarti alla commozione, mentre amo chi scrive in modo puro e usa parole così precise per descrivere fatti e stati d’animo che la commozione arriva da sè come una piena, in modo autentico e prepotente.
Non mi ero accorta della bravura dell’autrice quando due anni fa lessi “Amy e Isabelle”, non mi aveva colpito in modo particolare; è anche vero che sono una lettrice in evoluzione e in due anni di letture forsennate le percezioni sono cambiate parecchio, non si nasce lettori, lo si diventa, e più si leggono libri di qualità e più la sensibilità e il gusto si affinano.
Leggendo letteratura straniera si pone sempre il solito problema della traduzione, soprattutto per quanto riguarda lo stile, il non sapere mai se le somiglianze che trovi tra due autori tradotti siano reali, vedi Munro e Strout, oppure se siano dovute ad un’impronta lasciata da chi riporta in italiano frasi di una lingua dalla costruzione completamente diversa come l’inglese. Sicuramente Silvia Castoldi ci ha reso splendidamente la bravura di Elizabeth Strout, che si è rivelata capace di saper cogliere i particolari essenziali della vita e costruire racconti di una pienezza e di una profondità stupefacenti, usando come protagonista una donna tutt’altro che simpatica e personaggi tuttaltro che straordinari.
La nostra Olive ha un pessimo carattere, non è certo l’eroina senza macchia che viene spontaneo amare, anzi, è ruvida, non sa dimostrare l’amore, dispettosa e vendicativa, misantropa, però è solida, c’è quando serve; ed è per tutti i suoi difetti che alla fine la si ama,  in fin dei conti ci ritroviamo pure un po’ nei suoi pensieri,  ci pone di fronte la vita nella sua essenzialità,  senza fiocchi e nastri ma nuda e cruda, con le sue poche gioie e i suoi tanti piccoli e grandi dolori.
Non è mia intenzione commentare ogni singolo racconto, l’unica intenzione che ho è quella di invitare a leggere questo splendido libro, ma invito solo chi abbia voglia di profondità e di farsi trascinare nei dolori dell’esistenza, nell’introspezione, altrimenti meglio lasciar perdere, non sono racconti per svagarsi bensì per riflettere e per accogliere la tristezza.

Citazioni:

“forse, pensò mentre tornava agli scatoloni, essere cattolici significava sentirsi sempre in colpa per tutto”


 “…non ha bisogno di vivere accanto a una donna convinta di sapere tutto. Nessuno sa tutto, nessuno dovrebbe illudersi.”

“Cosa stava aspettando? Che le doglie del parto spingessero con tanta violenza da scagliare fuori la sua nuova vita?”

“Col suo pesante battito sembrava avvertirlo che non avrebbe potuto continuare così. Solo i giovani, pensò, erano in grado di sopportare i brividi dell’amore. “

“Mentre si muoveva appena dentro il suo bel cappotto nero, pensava che dopotutto la vita fosse un dono, che uno dei pregi dell’invecchiare fosse la consapevolezza che molti momenti non erano soltanto momenti, ma doni.”

“La signora Lydia si era fatta rifare le palpebre; gli occhi risaltavano sgranati sul suo volto come quelli di una sedicenne.”

“È innamorato di lei”, disse, in tono predicatorio. “Ecco perché la sopporta”.

“Lei rimase immobile, aspettando la fine dell’abbraccio. Poi andò fuori e piantò i bulbi dei tulipani.”


“Si erano resi conto della gioia tranquilla di quei momenti? Molto probabilmente no. La maggior parte della gente non era abbastanza consapevole della propria vita mentre la viveva.”

“Al diavolo. Siamo tutti soli. Nasciamo soli. Moriamo soli. Che differenza fa. Basta non avvizzire per anni in una casa di cura come il mio povero marito. È di questo che ho paura”.

“Però fa male. Avere il proprio DNA disperso al vento, come un dente di leone.”


“Non sanno che i corpi anziani, rugosi e bitorzoluti sono altrettanto bisognosi dei loro corpi giovani e sodi, che l’amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l’ennesima volta.”

 
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