L’isola di Arturo di Elsa Morante

L’isola di Arturo
Elsa Morante 2014
paperback
pp. 398
ISBN 9788806175047

*** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

Colmare le lacune  

Elsa Morante era una lacuna che non potevo più permettermi di mantenere e mi sono finalmente dedicata a leggere il suo libro forse più famoso: L’isola di Arturo.
Come spesso accade, mi sono accostata a questa lettura digiuna di notizie e priva di pregiudizi, in modo da non farmi influenzare da condizionamenti esterni sulle sensazioni che il libro può suscitarmi, ho voluto affrontarlo come se l’avesse scritto l’ultimo degli scrittori ignoti, e nel complesso mi è piaciuto.
Nonostante non sia più nell’età in cui mi rispecchi nei libri di formazione ho potuto apprezzare comunque l’evoluzione del pensiero e dei sentimenti del giovane protagonista e ricordare come mi ponevo io alla sua età nei confronti del mondo. Ma soprattutto ho potuto gustare la prosa della Morante.
Non posso dire di essermi innamorata di questa scrittrice, tuttavia ci sono stati dei passaggi in cui ho provato un piacere puro di lettura, in cui le parole erano così ben accostate e così evocative che mi è sembrato di vivere dentro la storia; mi sono ritrovata quasi con il fiato sospeso davanti ad una descrizione come se stessi leggendo un libro giallo. Alcuni passaggi invece li ho considerati un po’ superflui, ripetitivi, ma sono stati pochi e non hanno guastato lo scorrere del romanzo nel suo complesso.
Facendo raccontare un ragazzino della sua crescita, l’autrice, ha messo assai carne al fuoco, toccando temi anche forse insidiosi per l’epoca (1957). Ciò che mi ha colpito è che non si rilevano giudizi palesi su ciò che viene narrato; il pensiero della Morante si può  intuire dalle considerazioni di Arturo, ma anche da ciò che non viene esplicitamente scritto oppure che viene messo in bocca alla pura Nunziatella: “Certo, chi sta al comando deve fare bene più degli altri – ella assentì umilmente, con voce timida – perchè se chi sta in alto non dà l’esempio, come si può mantenere, questo mondo?”.
Da un’esposizione imparziale dei fatti veniamo messi di fronte ad una realtà che non può sembrarci accettabile, paradossalmente l’assenza di giudizio esplicito diventa una sentenza; di fatto ho trovato condanne senza condanna, soprattutto per quanto riguarda la condizione femminile  e una fede superstiziosa e ignorante di cui purtroppo troviamo stascichi ancora ai giorni nostri.  Ho riscontrato invece apertura verso l’omosessualità del padre di Arturo e quasi simpatia per l’allegra libidine della vedova Assuntina. 
L’argomento dove la Morante si sbilancia di più è sicuramente l’amore, il bisogno feroce e disperato del protagonista di essere amato. Arturo è un ragazzino cresciuto in una totale libertà ma privato di ogni più piccolo contatto affettuoso e di una reale attenzione da parte del padre, e quando ormai sedicenne si rende conto della sua carenza di baci le pagine diventano così travolgenti che avvertiamo fisicamente il suo dolore.
Posso dire che nel suo insieme questo sia un bel romanzo, sicuramente non tra quelli che preferisco, ma senza dubbio una lacuna che andava colmata.
Le citazioni da riportare sarebbero diverse, ma stavolta preferisco limitarmi solo a riportarne un paio, riferite alla poetica descrizione della giovane Nunziata.

“Le sue tempie erano d’una bianchezza quasi trasparente: e nellincavo delle sue orbite, sotto l’occhio, la sua elle bainca, intatta e liscia somigliava a quei petali delicati, che aperti non durano nemmeno un giorno, e appena cogli il fiore, si ombrano.”
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