Semplici complessità di Lidice

Copertina di Semplici complessità
Un nuovo Carofiglio? (3,8 stelle)
Leggendo questo romanzo di Lidice la prima cosa che ho pensato è che mi ricorda Gianrico Carofiglio, non tanto nello stile quanto nel saper mescolare nella stessa storia investigazione, amore e riflessioni filosofiche sulla vita.
La forma pur non essendo sciatta è abbastanza semplice, anche quando si trovano riflessioni piuttosto complesse, si capisce che l’autore non cerca il virtuosismo letterario bensì uno stile che arrivi anche al lettore meno colto.
Il titolo “semplici complessità” mi appare emblematico sia della storia raccontata sia della modalità in cui questa è scritta.
Seppur con alcuni piccoli “difetti” il libro nel complesso mi è piaciuto, mi ha appassionata e l’ho letto piacevolmente.
La storia è cadenzata dalle abitudini del protagonista (annusare l’aria, prendere il cibo pronto sempre nello stesso negozio,il secondo caffè al bar…) che ce lo fanno sentire vicino, un uomo normale con la sua routine giornaliera ma anche con le sue elucubrazioni, i suoi malesseri fisici, una persona comune insomma, capace come molti di noi di analizzare i suoi pensieri e volendo anche quelli altrui.
Ho apprezzato anche il modo in cui l’autore ha trattato la storia d’amore sbocciata durante il racconto, senza inutili ciarpami sessuali e senza scadere nel romanzetto rosa ha descritto abbastanza bene due solitudini che si incontrano e che si innamorano.
Concludendo, seppur con alcune piccole ingenuità, nel complesso il libro mi è piaciuto e mi sento di consigliarne la lettura a coloro che cercano una storia semplicemente complessa.

Citazioni:

“Senza motivo si era incupito e non riusciva a saperne la ragione. Gli capitava spesso, in qualsiasi luogo fosse e qualsiasi cosa stesse facendo. Essendoci abituato si mise a rimuginare sulla cosa. In quei momenti era come se tutto quello che era, che era stato e che aveva fatto, non avesse più la minima importanza. Una sensazione di vuoto e di nullità che appariva in un attimo, improvvisa come una paura, ma che restava lì sempre più a lungo. Sapeva che non doveva combatterla, perché sarebbe stato peggio. Sapeva anche che non doveva diventarne schiavo, ma lasciarla passare com’era venuta senza darle peso, soltanto aspettare. Era certo però che quel malessere non se ne sarebbe andato senza aver lasciato un segno. Metteva in lui il seme della melanconia per poi farlo germogliare fino a renderlo incapace di tutto.”

“Si rese conto che molto spesso le idee che gli passavano per la testa potevano apparire anche banali, ma sempre con delle specifiche esigenze di percorso. C’era sempre qualcosa che scopriva dentro di se, come se tutto fosse sempre stato lì e che la sua opera più intensa fosse quella di tirarlo fuori.”

“Era forse la sua disponibilità ad elaborare, oppure la sua voglia di scrutare e porsi ogni problema come un fattore esistenziale che lo portava a vedere ogni cosa in una forma di ottusità ingestibile.”

“Dovremmo ribaltare tutti i concetti, cambiare il nostro modo di vedere le cose, non credere più all’ovvio perché è fondato su altrettante incertezze. Razionale diventava sinonimo di astrattezza e forse il senso assoluto della verità andava ricercato dove si pensava non fosse presente…”

“Lui non si sentiva diverso dagli altri, era diverso dagli altri. La sua diversità l’aveva costruita con cura e con meticolosa determinazione aveva sottratto da se pezzi di vita…”

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