Foglie morte di G.Garcia Marquez

Copertina di Foglie morte

Penalizzato dal confronto (3,7 stelle)

I libri andrebbero letti al momento giusto. Non sempre un libro anche se bello viene letto nel momento in cui siamo predisposti ad apprezzarlo. Per quanto riguarda Garcia Marquez posso dire che ho letto “cent’anni di solitudine” troppo presto e “foglie morte” troppo tardi. Con questo voglio dire che forse sarebbe stato meglio leggerli proprio nell’ordine in cui l’autore stesso li ha scritti. In “foglie morte” si trova il germe, e anche il luogo di ambientazione di “cent’anni di solitudine”, ma in modo molto più acerbo e breve.
Posso dividere questo libro in due parti, una prima che mi ha generato un senso di fastidio e di disturbo, che rende perfettamente l’idea di una situazione marcia, stagnante, che ho trovato deprimente e asfissiante, ed una seconda che invece mi ha appassionata lasciandomi tuttavia insoddisfatta, perché alcuni dei quesiti emersi durante il romanzo non sono stati chiariti.
Ciò che ogni volta mi stupisce di Marquez è il modo di ragionare che hanno i suoi personaggi, per la mia mente un pensiero insondabile, inaspettato, che si traduce in atteggiamenti insoliti, inspiegabili razionalmente. Questo probabilmente avviene perché alla geniale capacità letteraria dell’autore si mescola comunque un modus vivendi tipico dell’America del Sud a me sconosciuto. Sicuramente tra i romanzi di Garcia Marquez che ho letto questo non si annovera tra i miei preferiti, tuttavia, anche se penalizzato dal paragone con gli altri, lo considero comunque un buon libro, al quale ho forse dedicato poca attenzione e che ho letto troppo in fretta.
Citazioni:
“Adesso non sembra un uomo. Adesso sembra un cadavere a cui non siano ancora morti gli occhi.”
“… cucivamo con lentezza, con l’accurata minuzia di chi non ha fretta e ha trovato nel suo lavoro impercettibile la miglior misura per il proprio tempo.”
“Il suo riso era triste e taciturno, come se non fosse il risultato di un sentimento attuale, ma come se lo tenesse riposto nel cassetto e non lo tirasse fuori che nei momenti indispensabili, ma usandolo senza nessuna proprietà, come se l’uso poco frequente del sorriso che avesse fatto dimenticare il modo normale di utilizzarlo.”

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