L’amore graffia il mondo di U.Riccarelli

Copertina di L'amore graffia il mondo

Una questione di DNA

Con il passare del tempo non ci sarà più nessuno che scriverà come Riccarelli.
Questo suo modo toscano e contadino di dire le cose, adottato soprattutto nella prima parte del libro, accompagnato ad una delicatezza e proprietà linguistiche, non sarà ovviamente più adottato dalle nuove generazioni di scrittori. Il suo raccontare mi riporta alle radici che non ho nè vissuto nè udito ma che sono dentro di me perchè passatemi nel DNA dai miei avi, leggere queste pagine è come tornare a casa, una casa dove ritrovo i bisnonni mai conosciuti e i nonni con i loro racconti dei tempi che furono.
Riccarelli è riuscito a farmi piangere come una bimba quando ha descritto la morte del povero Milio, il maiale “domestico” adottato dai ragazzini del quartiere, ha scritto questo passaggio così bene che anche adesso a ripensarci mi viene un nodo in gola.
“L’amore graffia il mondo” è un romanzo nel vero senso del termine, menzogne che potrebbero benissimo essere la realtà di tanti, scritte con maestria non comune. Senza compiacimento o linguaggio troppo alto, tuttavia mai sciatto, la storia scorre dolcemente ed ha il sapore di un racconto fatto a veglia. Ha il sapore dei ricordi comuni a tanti,ricordi che una madre o una nonna possono raccontare ad una figlia o una nipote.
In alcuni passaggi è anche ironico. Più bilanciato de “Il dolore perfetto” dove di spazio per l’ironia non ce ne era. In questo romanzo accanto alla serietà e drammaticità troviamo in alcune parti anche una leggerezza che lo rende molto scorrevole, facendo passare il lettore dalla lacrima al sorriso.
Volendo dividere il libro in due parti devo dire che la seconda mi è piaciuta meno di quella iniziale, forse perché all’inizio si spera in una felicità che mai non viene, la vita di Signorina (la protagonista) si snoda fra un impiccio e un altro, non c’è serenità che duri, una lotta continua ora con i soldi ora con la malattia che la tengono lontana tutta la vita dal suo amore per la bellezza e per il suo lavoro. Da Riccarelli non mi aspettavo certo una storia allegra, anche in questo romanzo, nonostante qualche sorriso, la tristezza la fa da padrona.
Come accennato lo svolgimento della storia non ha mantenuto le aspettative che mi ero fatta nei primi capitoli. Si tratta tuttavia di un bel libro, più leggero da leggere de “Il dolore perfetto” ma a mio parere meno bello. Proprio nella seconda parte da me meno apprezzata ho avuto la sensazione di una minestra riscaldata, all’inizio rimani stupita da quanto è buona e poi più la riscaldi e più la mangi perde sapore, alla fine ti sei abituata talmente tanto al gusto che non ci fai più caso.
Per quanto alcuni passaggi mi abbiano commossa per colpa del DNA, per quanto Riccarelli sia bravo, per quanto gli argomenti toccati siano profondi, avverto una sorta di superficialità che lascia questo libro nella schiera dei bei romanzi senza elevarlo a qualcosa di più.

Citazioni:

“Passò la mano sulla tovaglia come a lisciare non tanto lino quanto l’amarezza che gli serrava la gola”

“Si fermò e lentamente si voltò guardare, a vedere il lampo giallo e rosso che urlando inutilmente nell’aria il suo verso lo centrò in pieno, togliendogli la fame, la solitudine e la vita”

“Le sembrò d’aver quasi commesso un sacrilegio, che non è bene essere più bravi dei maestri e mettersi troppo in mostra, specie se si è ospiti novelli, e accolti come apprendisti, e parenti di una sciagurata come l’Ada”

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